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NEI GUAI PER UNA PARTITA DI RUGBY

Allez France

C'è un tipo di cinema che non chiede nulla di particolare allo spettatore, se non la disponibilità ad abbandonarsi alla leggerezza. Non chiede riflessione filosofica, non vuole strappare lacrime o sollevare questioni sociali urgenti. Vuole semplicemente far ridere, e lo fa con mestiere, ritmo e una certa grazia artigianale che oggi, nell'era dei film di supereroi e del CGI trionfante, si fa fatica persino a immaginare.


In più si tratta con un film che inizia con un match di rugby, che è il pretesto per cui con un gruppo di amici si trasferisce per un sabato a Londra dalla Francia per seguire il classico dell´allora Torneo Cinque Nazioni, programmato a Twickenham (non a Saint-Denis, come ieri sera): Inghilterra-Francia.



Parliamo di Allez France!, uscito nel 1964, conosciuto in territorio anglosassone come The Counterfeit Constable e in Italia con il titolo Poliziotto 202. È una pellicola che appartiene a quella rara categoria di commedie che funzionano proprio perché non cercano di essere altro da ciò che sono: una farsa burlesca, costruita attorno a una gag con la meccanica di un orologio di precisione, girata con ritmo, cuore e un gruppo di attori comici che erano, nel panorama francese dell'epoca, qualcosa di simile a una compagnia di geni della risata.


La Francia che ride di se stessa


Allez France

Per capire Allez France! occorre capire chi fosse Robert Dhéry, che impersona il protagonista ed è co-regista. Autore, regista, attore e anima della compagnia teatrale e cinematografica Les Branquignols, Dhéry era una figura centrale del comico francese del dopoguerra: un clown intellettuale, capace di combinare la tradizione del music-hall con l'umorismo fisico e il nonsense di stampo anglosassone.


Quella vocazione per l'umorismo visivo — quasi silenzioso, corporeo, fondato sulla gag e sull'equivoco piuttosto che sulla battuta verbale — lo avvicina idealmente agli eroi della comicità americana e britannica più che al boulevard parigino. Non è un caso che il film sia una coproduzione franco-britannica, girata quasi interamente a Londra, in cui le due culture si osservano con affetto reciproco e si prendono in giro con la stessa delicatezza.


Allez France!

Allez France! è una commedia scritta da Dhéry insieme a Jean L'Hôte, Pierre Tchernia e Colette Brosset. Pierre Tchernia, figura leggendaria della televisione e del cinema d'oltralpe, è anche co-regista. Il risultato è un film che parla due lingue — il francese e l'inglese — ma comunica soprattutto attraverso il linguaggio universale della commedia fisica.


Una gag moltiplicata all'infinito


Alla vigilia del suo matrimonio, Henri Martineau (Robert Dhéry) decide di assistere di nascosto alla partita di rugby Francia-Inghilterra a Twickenham. Seduto sugli spalti insieme ai suoi amici, riceve un´involontaria gomitata in piena bocca da uno spettatore inglese e perde due denti. Il dentista londinese a cui si rivolge lo invita a tenere la bocca ben chiusa per almeno due ore, il tempo necessario perché il cemento che tiene i nuovi denti faccia presa. Nell'attesa, Henri indossa per gioco l'uniforme da poliziotto di un altro paziente — un bobby della Metropolitan Police, che ha come numero di riconoscimento il 202 (da cui il titolo italiano). È l'inizio di una catena di equivoci che lo trascineranno attraverso le strade di Londra in una serie di avventure sempre più surreali.


Allez France

Lo schema è di una semplicità geniale: un protagonista che non può parlare (pena il rischio di perdere i denti nuovi), non conosce bene l´inglese e indossa un'uniforme che lo rende, agli occhi di tutti, un poliziotto britannico. La situazione è un meccanismo ad orologeria: ogni personaggio che incontra, ogni scena in cui si trova catapultato, sfrutta quella stessa impossibilità di comunicare per generare nuovo materiale comico. È teatro nel teatro — la maschera del bobby come motore della farsa.


Salva quasi per caso la diva cinematografica Diana Dors, che vive nell´appartamento di fronte allo studio del dentista, e viene subito congratulato dai suoi superiori, che lo scambiano per un vero poliziotto. Non riuscendo né ad aprire la bocca né a spiegare la situazione in inglese, si ritrova perso per le strade di Londra, mentre il tempo stringe e il matrimonio in Francia si avvicina.


Robert Dhéry: il genio del silenzio


Il cuore del film è la performance di Dhéry stesso, che per la maggior parte della durata della pellicola recita essenzialmente come un mimo. Il personaggio è costruito proprio sull'obbligo di restare con la bocca chiusa per quasi tutta la proiezione: è un grande numero di mimo che porta a ridere senza pronunciare una sola parola. La scelta è coraggiosa e funziona alla perfezione: privato della parola, il comico è costretto a fare affidamento esclusivamente sul corpo, sullo sguardo, sulle reazioni. Ne emerge un Chaplin francese — meno malinconico, più cialtrone, ma capace di trasmettere panico, stupore, rassegnazione e speranza solo attraverso le sopracciglia e i passi.


Allez France

I Les Branquignols, di cui Dhéry faceva parte, erano una compagnia comica celebre sulle scene teatrali prima che sul grande schermo, ed erano diventati una troupe dimenticata ingiustamente, a giudicare da questo film in cui eseguono collettivamente alcuni delle loro gag più riuscite — alcuni delle quali visivamente molto inventive. Ne fecero parte anche due attori francesi ben più noti al pubblico italiano: Louis de Funès e Michel Serrault.


Un cast di lusso tra due culture


Attorno a Dhéry si muove un cast che rappresenta il meglio del comico franco-britannico dell'epoca. Henri è circondato da un gruppo di amici tifosi, tra cui spiccano Pierre Tornade, Pierre Doris, Raymond Bussières e Jean Richard, ma le figure più memorabili restano Jean Lefebvre — in un ruolo da supporter permanentemente ubriaco o quasi e accompagnato dal tradizionale inseparabile gallo in carne e piume — e Jean Carmet, entrambi in una delle loro prime importanti apparizioni cinematografiche.


Allez France

Sul versante britannico, Diana Dors interpreta se stessa con ironica autoironia, Ronald Fraser è il sergente di polizia che cade nel tranello dell'equivoco, e Bernard Cribbins aggiunge la sua cifra di umorismo asciutto alla miscela. Nel ruolo di un cieco preso a sua insaputa nell´inseguimento della polizia a Henri, Colin Blakely.


Per i cultori di trivia cinematografica, va segnalato che questo è il film del debutto sul grande schermo del piccolo Mark Lester, che apparirà di lì a poco nel Fahrenheit 451 di Truffaut (1966) e troverà la vera fama come protagonista di Oliver! di Carol Reed nel 1968.


Carry On con accento parigino


Pur essendo una produzione francese, il film è girato quasi integralmente a Londra e nella zona di Windsor, e nella sua struttura ricorda molto da vicino una Carry On comedy dell'epoca, ma con una classe leggermente superiore. Il paragone non è riduttivo: la serie Carry On era, negli anni Sessanta, uno dei prodotti più sofisticati della commedia popolare britannica, fondata sul doppio senso, l'equivoco e la farsa esilarante. Allez France! condivide quella struttura, aggiungendovi però lo sguardo straniero — lo sguardo del francese che osserva la bizzarria britannica con affettuosa incredulità, e viceversa.


Allez France

Gli stereotipi nazionali vengono derisi con garbo: i dialoghi mescolano francese e inglese, e la contaminazione tra i due sensi dell'umorismo funziona con una riuscita sorprendente. C'è qualcosa di profondamente europeo in questo film: l'idea che le differenze culturali tra popoli vicini siano una fonte inesauribile di commedia — non di sospetto o di ostilità, ma di incomprensioni che fanno ridere e, in fondo, avvicinano.


Una gemma ingiustamente dimenticata


Allez France! è, oggi, un film difficilissimo da reperire. Si tratta di un titolo quasi introvabile, il che è un peccato per un classico del genere. La distribuzione italiana non ne ha mai fatto un titolo di riferimento, e la memoria collettiva ha conservato molto più facilmente i nomi di Fernandel o di Louis de Funès rispetto alla compagnia dei Branquignols. Eppure basta cercarlo — in qualche edizione DVD francese o nelle poche repliche televisive che ancora occasionalmente riceve — per capire di trovarsi di fronte a qualcosa di raro: una commedia costruita con vera intelligenza artigianale, con un ritmo impeccabile e senza un grammo di grasso superfluo.


Allez France

Il film dura novanta minuti e non ne spreca nemmeno uno. Ogni scena è funzionale, ogni personaggio porta il suo contributo al meccanismo comico generale, ogni equivoco cresce sul precedente senza mai diventare stancante. È il segno di una sceneggiatura — firmata a quattro mani da Dhéry, Tchernia, Brosset e Jean L'Hôte — che sapeva esattamente cosa voleva essere e come ottenerlo.


C'è anche un'altra ragione per cui vale la pena riscoprire Allez France!: è uno dei pochissimi film di finzione in cui il rugby occupa un posto centrale e viene trattato con rispetto e affetto autentico, anche se le scene del match occupano pochi istanti ad inizio pellicola. La partita a Twickenham — storico tempio del rugby unionista britannico — non è solo un pretesto narrativo, ma il contesto culturale reale in cui il film respira. I tifosi francesi che attraversano la Manica per seguire la nazionale sono ritratti come personaggi vivi, con le loro fissazioni, le loro rivalità amichevoli con i rosbif, il loro orgoglio nazionale mescolato a un'irresistibile propensione al caos. Chi ama il rugby e il cinema non può permettersi di ignorare questo titolo.


Un classico da riportare alla luce


Allez France! non è un film che ambisce a cambiare la storia del cinema. Non vuole essere Tati, non vuole essere Godard, non si pone nemmeno lontanamente come opera di rottura o di riflessione. È qualcosa di più prezioso e, in fondo, più difficile da ottenere: è un film felice. Un film che sa far ridere con grazia, che tratta il suo pubblico come adulti intelligenti capaci di apprezzare la costruzione di una gag, che rispetta la tradizione burlesca europea senza esserne soffocato.


Allez France

È una commedia irresistibilmente divertente su un gruppo di tifosi francesi che attraversano la Manica per una partita, e su uno di loro che perde i denti proprio nel momento più delicato della sua vita. Ma è anche — e forse soprattutto — la prova che il cinema europeo degli anni Sessanta sapeva ancora fare della commedia popolare un'arte. Un'arte che non aveva paura di essere semplice, diretta e generosa. Un'arte che oggi manca terribilmente.

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