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BILLY WILDER E LO SPORT. LA PASSIONE SEGRETA DI UN MAESTRO DI HOLLYWOOD

Aggiornamento: 8 set 2025


La discreta, ma significativa presenza dello sport nel cinema del grande registra austro-americano


Billy Wilder è universalmente riconosciuto come uno dei maestri del cinema hollywoodiano. Con una carriera che spazia dalla commedia al noir, dal giallo alla satira, fino ai drammi sociali, ha saputo raccontare l'animo umano con una combinazione unica di cinismo, ironia e compassione.

C'è un aspetto forse poco esplorato nella biografia di Wilder, che ha avuto qualche ricaduta anche nella sua filmografia: il suo rapporto con lo sport, che fu un vero e proprio amore. Tuttavia non fu tema centrale nelle sue pellicole, anche se Wilder ha utilizzato lo sport come fugace apparizione in alcuni dei suoi film, spesso come metafora della società o come strumento per mettere in luce le contraddizioni dei suoi personaggi.



Nel vastissimo catalogo di film diretti da Billy Wilder, lo sport non occupa mai il ruolo di protagonista assoluto. Eppure, scavando nella filmografia del regista austriaco naturalizzato americano, emergono interessanti connessioni con il mondo sportivo, utilizzato spesso come metafora della vita o come strumento per caratterizzare personaggi e situazioni. Un rapporto sfuggente ma significativo, che merita di essere esplorato.


Ma qual era il rapporto personale di Billy Wilder con lo sport? E come ha usato questo tema nei suoi film? Per rispondere a queste domande, dobbiamo scavare tra le pieghe della sua filmografia e considerare il contesto culturale in cui ha operato.


Tributo personale ad un grande del cinema


È stato uno dei più noti e amati registi del cinema di tutti i tempi. Ha toccato tutti i generi: thriller, commedia, dramma, satira di costume. Ha lavorato con alcuni dei più grandi attori: da Marilyn Monroe a Audrey Hepburn, da Kirk Douglas a Humphrey Bogart, da William Holden a Tony Curtis, da Shirley MacLaine a Barbara Stanwyck, senza dimenticare il duo più popolare: la "strana coppia" Jack Lemmon e Walter Matthau.


Un articolo su Billy Wilder può sembrare fuori luogo in un blog dedicato al rapporto tra cinema e sport, in realtà lo è meno di quanto possa sembrare, anche se il grande regista austro-americano non ha dedicato nessun film esplicitamente al mondo dello sport, se se ne esclude uno. Vedremo quale.

Scrivere di Wilder, e qui mi si scuserà il riferimento personale, è anche un modo per ricordare mio padre, scomparso nell'estate del 2024. Era un grande amante del cinema, soprattutto quello "classico". A lui devo la mia passione per i film, a lui devo anche l'interesse per le opere di Billy Wilder. Credo che conoscesse a memoria ogni film di questo regista, ogni sequenza, ogni battuta, a partire dal celebre "Nobody is perfect" che chiude "A qualcuno piace caldo".


Giovane reporter sportivo nell´Europa tra le due guerre



Nato da una famiglia ebrea nel 1906 in una cittadina della Galizia austro-ungarica (oggi in Polonia), Wilder crebbe in un'epoca in cui lo sport stava guadagnando popolarità in Europa, oltre che negli Stati Uniti. Tuttavia, non ci sono molte prove che suggeriscano un suo coinvolgimento diretto in attività sportive durante la giovinezza. Il suo interesse principale erano il giornalismo e, successivamente, la scrittura per il cinema.


Durante la sua giovinezza a Vienna e Berlino, come ricordò lo stesso Wilder in un'intervista, aveva lavorato come giornalista, occupandosi soprattutto di cronaca nera e anche di sport, in particolare di calcio.


Ma qual era il rapporto personale di Billy Wilder con lo sport? Era un uomo curioso e aperto a ogni forma di cultura popolare sin dalla sua giovinezza nella Mitteleuropa degli anni Venti e Trenta. Come confermato da Maurice Zolotow in "Billy Wilder in Hollywood", il giovane reporter fece irruzione sulla scena giornalistica viennese, portandovi il giornalismo sportivo, che all'epoca non era particolarmente seguito dalla stampa europea.


Cominciò a scrivere con estremo realismo articoli su celebri giocatori di calcio e di tennis, oltre che a raccontare delle "Sei giorni" ciclistiche, che riempivano i velodromi del tempo.


America, terra promessa di libertà, cinema e sport



Nel 1933 fu costretto a lasciare l'Europa per sfuggire alle persecuzioni razziali contro gli ebrei. La meta, a cui agognava già da tempo, sono gli Stati Uniti d'America. Wilder, che americanizzò il nome "William" in "Billy", non si sarebbe mai sentito un "emigrante". Volle subito farsi assimilare e in questo fu aiutato molto dallo sport, che negli Stati Uniti era da tempo un vero e proprio elemento fondante della società, della cultura e della scena mediatica.


Nonostante ciò, Wilder era noto per la sua acuta osservazione della società americana dopo essersi trasferito negli Stati Uniti. Questa attenzione ai dettagli culturali includeva inevitabilmente anche lo sport, un elemento fondamentale della cultura americana. Wilder era un appassionato sportivo da poltrona. Se gli impegni sul set glielo consentivano, non perdeva un match di football americano o di baseball trasmesso dalla tv.


In "Some like it Wilder" Gene D. Phillips riporta che, arrivato in America, il giovane giornalista austriaco imparò l'inglese soprattutto ascoltando alla radio le cronache dei match di baseball, sport di cui letteralmente si innamorò: divenne un appassionato tifoso dei Los Angeles Dodge. Forse proprio per questo non è difficile cogliere metafore derivate dal baseball nei dialoghi dei suoi film.


Hollywood, tennis e bridge


Nella sua nuova patria il suo spirito agonistico si espresse nel bridge e nel tennis. Poteva dedicarsi a entrambi nel Beverly Hills Tennis Club. Era approdato, infatti, a Hollywood sull'onda della sua esperienza di sceneggiatore in Austria. La Mecca del cinema stava accogliendo a braccia aperte i tanti uomini di cinema che, perseguitati dal regime nazista, preferivano lasciare l'Europa per tentare fortuna dall'altra parte dell'Atlantico.



Scrive Zolotow ancora in "Wilder in Hollywood" che Wilder aveva portato con sé anche il profondo amore per il tennis. "Giocava spesso a tennis dopo una giornata negli studios, arrivando nel primo pomeriggio per qualche partita. Giocava spesso il sabato e la domenica, tranne quando era alle prese con la stesura finale di una sceneggiatura. Era un buon giocatore di tennis, probabilmente migliore nel tennis che nel bridge. (...) D'altra parte, sul campo da tennis, il suo slancio e la sua voglia di vincere gli davano un vantaggio su tutti tranne che sui professionisti. Gli piaceva giocare contro i professionisti, sia a tennis che a bridge."


Discreto giocatore, Wilder eccelleva nel rovescio. Si batteva non solo con altri personaggi del cinema americano, ma incrociava la racchetta anche contro stelle tennistiche dell'epoca: Vines, Pancho Segura, Don Budge, Perry, Don Riggs e altri ancora. "Non li ha mai battuti, - prosegue Zolotow - ma ha tenuto testa. Era un po' goffo nel gioco a rete. Non è mai riuscito a padroneggiare un buon servizio, ma il suo rovescio era superbo."


Vincere a tennis era per lui come un ricostituente, ne migliorava l'umore; ma anche dopo una sconfitta non abbandonava la sua proverbiale verve e raggiungeva la serenità necessaria in un mondo frenetico e senza pietà come quello di Hollywood. Dopo una buona partita di tennis era sempre di ottimo umore e rilassato.


La discreta presenza dello sport nei primi capolavori



Come accennato, Wilder non è mai stato un regista che si è concentrato direttamente sullo sport. Tuttavia, in alcune sue opere, si possono trovare qua e là segnali della presenza dello sport o di luoghi dello sport.


La proposta di una sceneggiatura per un film sul baseball potrebbe trarre dai guai lo sfortunato e squattrinato scrittore Joe Gillis (William Holden), che vive in una crisi di ispirazione e di commesse: per chi non l'avesse capito, si tratta di una delle prime scene di "Viale del tramonto" (Sunset Boulevard, 1950).


L'ennesimo rifiuto di un produttore sarà poi (indirettamente) la sliding door che molto casualmente lo porterà nella spettrale villa (con piscina) di Norma Desmond, la diva del muto, che nella sua gabbia dorata vive dei ricordi della passata fama. Quella piscina, più volte adoperata da Joe per rilassarsi e tenersi in forma, sarà poi la sua tomba.



Più diretta la presenza dello sport, seppure in forme dimesse, è in una delle scene iniziali di un altro film drammatico, in questo caso ambientato in un campo di prigionia tedesco negli ultimi mesi della seconda Guerra mondiale. Infatti in "Stalag 17" (1953) i soldati americani, per passare il lungo e lento tempo della prigionia, si mettono anche a giocare a pallavolo, in modo goffo e rudimentale.

Pur se breve, questa sequenza dimostra come Wilder fosse consapevole del potere dello sport come elemento narrativo. La partita a cui assistiamo, infatti, ha uno scopo ben preciso: innanzitutto serve per distrarre le guardie tedesche, poi nasconde il cavo di un'antenna, che dalla baracca vicina capta i segnali radio per un rudimentale apparecchio, con cui alcuni prigionieri ascoltano clandestinamente notizie sul reale andamento del conflitto.


Qui lo sport diventa simbolo di resistenza e unità, un modo per mantenere la speranza in una situazione disperata. Ma anche una delle tante occasioni del film per prendersi gioco dei soldati tedeschi, spesso raffigurati come degli ingenui tontoloni, facili da ingannare. Infatti uno dei guardiani si lascia prendere dal gioco e palleggia spensieratamente con i prigionieri che dovrebbe sorvegliare. Tornato quasi bambino (in fondo anche lui è un essere umano, sembra questo il messaggio di Wilder), viene riportato alla realtà e ai suoi doveri da un severo ufficiale, che lo rimprovera severamente.



Più avanti assistiamo a un'altra sequenza di argomento vagamente sportivo. La creatività dei prigionieri, infatti, fa loro organizzare un evento agonistico, che in qualche modo li riporta nostalgicamente alla loro vita da uomini liberi. Si tratta di una corsa, non di esseri umani, ma di topi (ribattezzata dagli stessi prigionieri con amara ironia come "Corsa dei cavalli").


Su questo evento possono anche puntare su uno dei topolini in gara, ritagliandosi così un momento di distrazione, proprio come lo sport nella società americana, che offriva svago anche con il vivace mondo delle scommesse.


Tennis metafora dell´amore


Veniamo a un altro film, uscito un anno dopo, e appartenente a tutt'altro genere: "Sabrina". La pellicola si apre con un grande ricevimento nella villa dei Larrabee, la ricca famiglia miliardaria che abita a Long Island, organizzato alla vigilia di una regata tradizionale.



I membri della famiglia sono tutti più o meno segnati dagli sport d'élite: vela, appunto; equitazione e, ovviamente, tennis. La splendida residenza possiede anche due piscine, una all'aperto e una coperta, e naturalmente due campi di tennis, sempre all'aperto e indoor. Non solo, ma il campo di tennis indoor è il luogo prediletto per David Larrabee (William Holden), il dongiovanni di famiglia, per le sue partite amorose con ricche ereditiere. Il sottile gioco del campo diviso dalla rete, che David fa cadere per avere via libera, è sicuramente proprio una metafora del corteggiamento come partita di tennis.



Sullo stesso campo, su cui David ha dato appuntamento a Sabrina, ritornata completamente trasformata dopo il suo soggiorno di due anni a Parigi, sarà invece il fratello maggiore, Larry (Linus nella versione originale, interpretato da Humphrey Bogart), a raccogliere per una volta i frutti degli scambi amorosi al di qua e al di là della rete.


Sempre un accenno al tennis, ma in modo decisamente più ironico Wilder ce lo offre con un colpo di genio in "L'appartamento" (1960). Dopo un momento drammatico, quale il tentato suicidio della protagonista femminile Fran (Shirley MacLaine), per riportare leggerezza il padrone di casa C. C. Baxter (Jack Lemmon), segretamente innamorato della giovane donna, prepara una tipica cena all'americana a base di spaghetti e... polpette.



Quale migliore scolapasta si può usare se non proprio una racchetta da tennis, a quanto pare altrimenti destinata a prendere la polvere. I puristi della cucina italiana forse hanno storto il naso, ma la scelta del duo Wilder-Lemmon dimostra ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, l'universalità e la poliedricità degli spaghetti.


Non per sport, ma per soldi


Dove lo sport ha una parte effettiva di primo piano, almeno come causa scatenante della scoppiettante storia, è in "Non per soldi... ma per denaro" ("The Fortune Cookie", 1966). Il film racconta la storia di Harry Hinkle (Jack Lemmon), un cameraman della CBS che subisce un incidente durante una partita di football americano: un giocatore nero, Luther "Boom Boom" Jackson (Ron Rich) lo investe involontariamente in occasione di un'azione di gioco.



William Gingrich (Walter Matthau), suo cognato e avvocato senza scrupoli, lo convince a simulare una grave invalidità per ottenere un risarcimento milionario dall'assicurazione. Pur essendo inizialmente riluttante, Henry accetta per cercare di riconquistare la sua ex moglie. Nel frattempo, Luther Jackson, il giocatore responsabile dell'incidente, si prende cura di Henry con senso di colpa, creando un contrasto tra onestà e corruzione.


La scelta del football americano non è casuale: Wilder è consapevole che questo sport rappresenta l'apoteosi dello spettacolo e del business negli Stati Uniti. Il regista utilizza lo sport non solo come punto di partenza della trama, ma anche come strumento per esplorare temi più ampi come l'avidità, la manipolazione e le nevrosi della società moderna.


Quindi l'ambientazione mette in luce i contrasti tra i valori tradizionali dello sport -- sacrificio, lealtà, spirito di squadra -- e la corruzione morale che spesso li circonda.

Un'altra commedia divertente ma amara, caratteristica del regista. Grazie alla sua performance come avvocato non caricaturale, ma estremamente realistico, Walter Matthau vinse l'Oscar come miglior attore non protagonista.


Piccole dichiarazioni d´amore allo sport



In definitiva, Billy Wilder ci insegna che i grandi maestri del cinema sanno trasformare ogni passione personale in arte. Il suo tennis quotidiano a Beverly Hills e la racchetta-scolapasta de "L'appartamento" dimostrano come genio creativo e vita privata possano fondersi in modo sorprendente.


Lo sport nei film di Wilder non è mai fine a se stesso, ma sempre strumento di rivelazione del carattere umano. Che si tratti della corruzione nel football americano o della metafora tennistica dell'amore, il regista austro-americano ci ricorda che anche i dettagli apparentemente marginali possono illuminare le grandi verità della condizione umana.

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