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GHIACCIO BOLLENTE: I, TONYA

I Tonya


Il film che ha ridato dignità alla pattinatrice più controversa della storia


A poche settimane dai Giochi di Lillehammer, il 6 gennaio 1994 il mondo dello sport assistette a uno degli scandali più sensazionali del ventesimo secolo. L'aggressione a Nancy Kerrigan alla Cobo Arena di Detroit non fu solo cronaca sportiva: divenne un trauma nazionale, un evento che segnò il confine tra l'era pre-internet e l'ascesa del voyeurismo mediatico.


I Tonya

Ventitré anni dopo, il regista Craig Gillespie e l'attrice Margot Robbie hanno scelto di rivisitare quella storia con I, Tonya (2017), un film che non è semplicemente una biografia, ma una decostruzione radicale dei concetti di verità, classe sociale e femminilità nel contesto americano. Una storia drammatica e controversa sullo star system nello sport, sulle attese di una Nazione, sulla volubilità dell´opinione pubblica.


I, Tonya non racconta solo la storia di Tonya Harding, ma smonta pezzo per pezzo il meccanismo narrativo che l'ha trasformata da atleta prodigiosa a capro espiatorio nazionale. È un film che chiede allo spettatore di confrontarsi con domande scomode: cosa succede quando il talento incontra la povertà? Quando la forza fisica femminile sfida le convenzioni estetiche? Quando i media costruiscono villain per soddisfare il bisogno del pubblico di ruoli morali chiari?


Genesi di un film necessario


I Tonya

La sceneggiatura di Steven Rogers nasce da un approccio inusuale. Rogers intervistò personalmente Tonya Harding e il suo ex marito Jeff Gillooly, scoprendo che le loro versioni degli stessi eventi erano radicalmente diverse, spesso contraddittorie. Questa scoperta divenne il cuore pulsante del film: non una ricerca della verità oggettiva, ma l'esplorazione di come ciascuno costruisca la propria narrazione personale.


Il film si apre con una dichiarazione programmatica: è basato su interviste "contraddittorie", ma "vere". Questo espediente narrativo, che utilizza lo stile della mockumentary con personaggi che si rivolgono direttamente alla camera, stabilisce immediatamente che non esiste una sola versione dei fatti. Come afferma la stessa Tonya-Margot nel film: "Non esiste una cosa come la verità. È una stronzata. Ognuno ha la propria verità, e la vita fa quello che cazzo vuole."


Margot Robbie, che oltre ad interpretare il ruolo principale ha anche prodotto il film insieme al marito Tom Ackerley, si è preparata per sei mesi studiando ossessivamente video di Harding, ascoltandone il dialetto, studiandone i movimenti. Interessante notare che Robbie aveva solo quattro anni quando avvenne l'aggressione del 1994, il che le ha permesso di avvicinarsi al personaggio senza pregiudizi.


Tonya Harding: genio atletico nel corpo sbagliato



Per comprendere la portata rivoluzionaria di Tonya Harding nel pattinaggio artistico, bisogna considerare il contesto storico ed estetico di questo sport. Sin dagli anni Trenta, con l'icona Sonja Henie, il pattinaggio artistico femminile aveva costruito l'immagine della "donna-bambina": bionda, graziosa, delicata, incarnazione di una femminilità rassicurante e innocente. Questo stereotipo serviva a mascherare la realtà di atlete di alto livello dietro una patina di dolcezza infantile.


Tonya Harding sovvertiva ogni aspetto di questo paradigma. Alta solo 1,55 metri per 48 chili, era una "potenza" atletica in un mondo che cercava ballerine. Il suo stile era caratterizzato da forza esplosiva, velocità e coraggio tecnico quasi temerario. A soli nove anni eseguì il suo primo triplo loop dopo una scommessa con una compagna. A quattordici anni sperimentava già il triplo axel, il salto più difficile del pattinaggio femminile.


Nel 1991, ai Campionati Nazionali, Harding divenne la prima donna americana a completare un triplo axel in competizione ufficiale, un'impresa tecnica che la poneva tra le atlete più dotate della storia di questo sport. Larry McBride, proprietario della Valley Ice Arena, dove Tonya si allenava, espresse un giudizio chiaro: "È la migliore atleta che sia mai esistita dal punto di vista atletico nel pattinaggio. Ha più talento di quanto Dio abbia mai dato a chiunque altro."


Eppure, nonostante questa superiorità tecnica riconosciuta da molti esperti, i giudici la valutavano sistematicamente peggio. Il problema non era tecnico, ma sociologico: Tonya riparava le proprie auto, andava a caccia, fumava. I suoi "lati ruvidi" – competenze manuali, attitudine ribelle, appartenenza di classe – offuscavano lo sguardo dell'élite del pattinaggio sulla sua effettiva eleganza.


Costruzione di una ribelle


I Tonya

Il film di Gillespie non risparmia allo spettatore la brutalità dell'infanzia di Harding. La madre LaVona Golden, interpretata con feroce intensità da Allison Janney, emerge come una delle figure materne più disturbanti del cinema recente. Descritta dai testimoni dell'epoca come una "madre infernale", LaVona è presentata nel film come una donna che alternava sulla figlia maltrattamenti fisici, psicologici e insulti sistematici.


L'infanzia di Tonya fu caratterizzata da un'instabilità estrema: otto indirizzi diversi nella zona di Portland, traslochi causati da debiti d'affitto, vita in parcheggi per roulotte. Mentre una carriera olimpica nel pattinaggio artistico costava già all'epoca circa 30.000 dollari all'anno, il padre di Tonya, Al Harding (Jason Davis), raccoglieva bottiglie vuote per racimolare i 25 dollari settimanali necessari per pagare l'allenatore. Tonya stessa cuciva i propri costumi da sola, non per scelta estetica ma per necessità economica.


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Un momento particolarmente buio, riportato nei documenti ma trattato con delicatezza nel film, riguarda l'aggressione del fratellastro ubriaco, che Tonya dovette respingere con un ferro arricciacapelli. Quando chiamò il 911, l'aggressore la minacciò di morte.


Questa infanzia traumatica spiega la corazza protettiva che Tonya sviluppò: il suo atteggiamento "Se non ti piace, peggio per te" non era arroganza ma strategia di sopravvivenza. Come osserva il film, chi ha imparato a difendersi da aggressori con ferri arricciacapelli considera minimo il rischio di un triplo axel. Il pattinaggio non era per lei un'arte, ma uno spazio di sopravvivenza, l'unica via di fuga da un ambiente distruttivo.


Complotto dei mediocri


Uno degli aspetti più sorprendenti – e paradossalmente comici – del caso Harding è l'assoluta incompetenza di chi orchestrò l'aggressione a Nancy Kerrigan (Caitlin Carver). Il film presenta questi personaggi non come criminali pericolosi, ma come figure grottesche, quasi farsesiche, la cui ambizione superava di gran lunga le loro capacità.


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Jeff Gillooly (Sebastian Stan), l'ex marito di Harding, emerge come un maniaco del controllo. Frustrato dal lavoro di semplice operaio, cercava compensazione controllando ossessivamente la carriera di Tonya. Nel 1992 tentò persino di allenarla personalmente, senza alcuna competenza in materia. La sua relazione con Harding era caratterizzata da cicli di violenza domestica documentati da ordini restrittivi della polizia e ricorrenti separazioni.


Ma la figura più surreale è senza dubbio Shawn Eckardt (Paul Walter Hauser), la „guardia del corpo“ di Harding. Questo "spaccone" di 145 chili, che viveva ancora con i genitori, si presentava come esperto di sicurezza internazionale. Utilizzava terminologia pseudoscientifica per mascherare la sua totale inadeguatezza. Il livello esecutivo dell´aggressione a Nancy Kerrigan – Shane Stant (Ricky Russert), il "sicario" culturista, e Derrick Smith (Anthony Reynolds), il guardiano notturno con smanie paramilitari – completava il quadro di dilettantismo criminale.


Il film di Gillespie trasforma questa incompetenza in una forma di commedia nera, presentando gli uomini come figure ridicole, quasi troppo stupidi per causare vero danno. Eppure il danno fu reale, e le conseguenze devastanti.


Nancy Kerrigan, la principessa del ghiacccio


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Se Harding incarnava la ribellione, Nancy Kerrigan rappresentava la conformità perfetta. Descritta come "la Katharine Hepburn del ghiaccio", Kerrigan possedeva quella "grazia atletica" e femminilità acquisita che corrispondevano all'ideale aristocratico del pattinaggio. Paradossalmente, anche Kerrigan proveniva dalla classe operaia – suo padre Dan era saldatore – ma aveva imparato ad adattarsi perfettamente all'immagine glamour richiesta.


Il film mostra come questa conformità fosse più una prigione che una liberazione. Kerrigan divenne una "merce preziosa per le sponsorizzazioni" proprio perché offriva uno schermo su cui proiettare i sogni della classe media. Ma dietro la facciata di perfezione si nascondeva una fragilità psicologica: soffriva di forte ansia da prestazione.


La lista di controllo della "commerciabilità" degli anni Novanta era spietata: background signorile (adattato), aura da scuola di buone maniere, accessibilità emotiva (le lacrime erano accettabili, la rabbia no), conformità estetica (perle e pizzi). Kerrigan soddisfaceva ogni requisito. Harding nessuno.


Il 6 gennaio 1994, quando Shane Stant colpì il ginocchio destro di Kerrigan con una barra di metallo, il mondo sentì il suo urlo straziante: "Perché proprio io? Perché adesso?" Quella domanda divenne l'emblema della sua condizione di vittima. Ma il film suggerisce una lettura più complessa: Kerrigan era vittima non solo di un'aggressione fisica, ma anche del sistema stesso che l'aveva trasformata in icona.


La macchina mediatica


I Tonya

Uno degli aspetti più brillanti di I, Tonya è l'analisi della macchina mediatica e della costruzione narrativa del bene e del male. Il film mostra come i media avessero bisogno di ruoli morali chiari: la "brava ragazza" contro la "cattiva ragazza", la principessa contro la strega.


Interessante notare che questa narrativa si consolidò prima ancora dei risultati delle indagini. Harding fu condannata mediaticamente non per prove concrete del suo coinvolgimento, ma per la sua appartenenza di classe e il suo rifiuto di interpretare il ruolo dell'atleta sottomessa. L'annuncio inopportuno di Harding dopo l'aggressione, in cui dichiarò che avrebbe "sculacciato" Nancy alle Olimpiadi, consolidò definitivamente questo stigma.


Il film presenta una scena emblematica in cui un giornalista si strofina le mani di gioia all'idea dello scandalo. Questo momento cattura perfettamente l'inizio di quella "tabloidizzazione" della cronaca che avrebbe raggiunto la massa critica sei mesi dopo con l'inseguimento di O.J. Simpson. Come osserva il film, il caso Harding-Kerrigan segnò l'inizio di un nuovo modo di consumare le notizie: non più informazione, ma intrattenimento voyeuristico.


La performance di Margot Robbie: oltre l´imitazione


I Tonya

La trasformazione di Margot Robbie in Tonya Harding è una delle performance più notevoli del cinema recente. Robbie non si limita a imitare i manierismi di Harding – il dialetto, i movimenti, l'atteggiamento difensivo – ma cattura qualcosa di più profondo: la contraddizione tra vulnerabilità e durezza, tra sogno e rassegnazione.


Robbie, che aveva imparato rudimenti di pattinaggio giocando a hockey su ghiaccio dopo il trasferimento a Los Angeles, si è sottoposta a mesi di allenamento intensivo per rendere credibili le scene sul ghiaccio. Anche se alcune delle sequenze più tecniche utilizzano effetti speciali e controfigure, molte scene di pattinaggio sono effettivamente eseguite dall'attrice, conferendo autenticità alle performance.


La critica ha riconosciuto universalmente l'eccellenza della performance di Robbie, che le è valsa la nomination all'Oscar come Migliore attrice protagonista. Come ha osservato un critico di Variety, Robbie "dà a questa figura apparentemente banale della storia dello sport una dignità e complessità straordinarie," trasformando uno "scherzo nazionale" in un "eroe silenzioso."


Particolarmente efficace è il modo in cui Robbie utilizza il breaking of the fourth wall, rivolgendosi direttamente alla camera. Questi momenti creano un rapporto di intimità con lo spettatore, obbligandoci a confrontarci con i nostri pregiudizi. Quando Tonya dice: "Sono stata amata per un minuto. Poi sono stata odiata. Poi sono diventata solo una battuta. È stato come essere abusata di nuovo, solo che questa volta eravate voi. Tutti voi. Siete tutti i miei aggressori," lo spettatore si trova improvvisamente nella posizione dell'accusato.


Il mostro con il pappagallo sulla spalla


I Tonya

Se Margot Robbie è il cuore del film, Allison Janney ne è l'anima nera. La sua interpretazione di LaVona Golden è semplicemente straordinaria: un personaggio che potrebbe facilmente scivolare nella caricatura diventa invece terribilmente umano nella sua crudeltà. Janney, attrice di straordinario talento televisivo, ha trovato in LaVona il ruolo cinematografico della vita. LaVona è presentata come una creatura quasi grottesca: pelliccia di scoiattolo cucita da lei, tubo dell'ossigeno nel naso, sigaretta sempre accesa, e un pappagallo sulla spalla – dettaglio autentico tratto da un documentario su Tonya Harding.


Ma Janney non si accontenta del pittoresco. Trova nel personaggio una logica perversa, una convinzione distorta che i maltrattamenti servano a forgiare una campionessa. La scena in cui LaVona dice: "Ti ho resa una campionessa, sapendo che mi avresti odiato per questo. Questo è il sacrificio che fa una madre! Avrei voluto avere una madre come me invece che una madre gentile. La gentilezza non ti porta da nessuna parte!" è agghiacciante nella sua sincerità distorta. La performance di Janney ha dominato la stagione dei premi 2017-2018, vincendo il Golden Globe, il SAG Award, il BAFTA e infine l'Oscar come Migliore attrice non protagonista.


Mockumentary e black comedy


I Tonya

Il regista australiano Craig Gillespie ha creato con I, Tonya un'opera stilisticamente audace. La scelta della mockumentaryinterviste false ai protagonisti anni dopo gli eventi – permette al film di giocare costantemente con la nozione di verità e memoria.


Il montaggio di Tatiana S. Riegel, che le è valso la nomination all'Oscar, è particolarmente efficace nel creare contrasti. Scene di violenza domestica sono spesso montate con tagli rapidi e musica pop degli anni Settanta e Ottanta, creando un effetto straniante. Questa scelta stilistica impedisce allo spettatore di sprofondare nel puro melodramma, mantenendo sempre una distanza critica.


La fotografia di Nicolas Karakatsanis cattura perfettamente l'estetica working-class dell'America degli anni Ottanta e Novanta: colori desaturati, interni claustrofobici, la freddezza del ghiaccio contrapposta al calore appiccicoso degli appartamenti sovraffollati. Le scene di pattinaggio sono girate con una combinazione di riprese fluide e inquadrature soggettive che immergono lo spettatore nell'esperienza fisica dello sport.


La colonna sonora, curata da Peter Nashel, utilizza iconici brani pop e rock di Cliff Richard, Laura Branigan, Fleetwood Mac, ZZ Top, Siouxsie and the Banshees, creando un commento ironico e nostalgico alle vicende narrate. La musica serve spesso da contrappunto emotivo, creando quella che un critico ha definito "ambivalenza programmatica."


Classe, genere e American Dream


I Tonya

I, Tonya trascende la cronaca sportiva per diventare un'analisi acuta delle dinamiche di classe e genere nell'America contemporanea. Il film mostra come il concetto di "habitus" – il capitale culturale e sociale che definiamo attraverso famiglia, educazione, linguaggio – possa essere più determinante del talento puro.


La storia di Harding illustra un paradosso fondamentale del sogno americano: l'idea che il talento e il duro lavoro siano sufficienti per l'ascesa sociale si scontra con la realtà di barriere invisibili ma potentissime legate a classe, presentazione estetica, conformità sociale. Harding era tecnicamente superiore ma mancava del "capitale culturale" necessario per ottenere il riconoscimento delle istituzioni.


Il film esplora anche la costruzione della femminilità accettabile. Come ha analizzato la studiosa di media Abigail Feder, nel pattinaggio artistico l'atletismo era codificato come "maschile", mentre l'arte è equiparata a femminilità eteronormativa. Le pattinatrici atletiche come Harding o Surya Bonaly dovevano compensare la loro forza fisica con glitter, trucco e sorrisi permanenti – quella che Feder chiama "Female Apologetic" (scuse femminili).


L´immagine di Nancy Kerrigan come principessa, invece, non simboleggiava libertà, ma controllo totale: raggiunge vette vertiginose, ma è completamente controllata da forze esterne.


Il verdetto della storia


I Tonya

Il 27 gennaio 1994, in una conferenza stampa, Tonya Harding ammise di non essere stata a conoscenza dell'attentato prima che avvenisse, ma di aver appreso successivamente dettagli che inizialmente non condivise con la polizia o l'FBI. Questa ammissione – tecnicamente "ostacolo alla giustizia" – le costò tutto.


Mentre i veri responsabili dell'aggressione (Gillooly, Eckardt, Stant, Smith) ricevettero condanne variabili tra i 18 e i 24 mesi, Harding fu bandita a vita dal pattinaggio competitivo dalla United States Figure Skating Association. Come Tonya-Margot dichiara nel film: "Mi state dando una condanna all'ergastolo. Non potete farlo. Non sono un mostro. Sto cercando di fare del mio meglio."


Il film cattura il dramma di questa sentenza: togliere a Harding il pattinaggio significava toglierle l'unica identità che conosceva, l'unico spazio in cui aveva mai trovato riconoscimento e valore. Senza educazione formale, proveniente da un ambiente distruttivo, il ghiaccio era stata la sua salvezza. E le fu tolto per sempre.


Riabilitazione o revisionismo?


I Tonya

Alcuni critici hanno accusato I, Tonya di revisionismo, di trasformare una potenziale criminale in vittima. Ma questa critica manca il punto centrale del film: l'obiettivo non è stabilire l'innocenza o la colpevolezza di Harding, ma mostrare come la costruzione mediatica di villain e eroi sia sempre più complessa della semplice dicotomia bene-male.


Il film ci chiede: è possibile che qualcuno sia contemporaneamente vittima e complice? Che l'abuso subito non giustifichi ma spieghi certe scelte? Che il sistema stesso – con i suoi pregiudizi di classe, le sue aspettative di genere, la sua fame di narrative semplici – sia complice nella creazione di capri espiatori?


I, Tonya ha riaperto il dibattito sul caso Harding-Kerrigan, spingendo molti a riconsiderare giudizi dati per scontati. Il successo del film e i premi ricevuti dimostrano che il pubblico era pronto per una narrazione più complessa, più ambigua, più umana.


Il ghiaccio sottile della verità


I Tonya

Come disse lo scrittore americano Ralph Waldo Emerson in una citazione ripresa più volte nel film: "Quando pattiniamo sul ghiaccio sottile, la nostra sicurezza sta nella nostra velocità." Tonya Harding era veloce – la più veloce, la più atletica, la più audace. Ma il ghiaccio sottile del suo passato, della sua classe sociale, delle sue scelte, alla fine si ruppe.


Il film non pretende di fornire risposte definitive. Fedele al suo spirito di mockumentary, rimane ambiguo, contraddittorio, irrisolto. E forse è proprio questa la sua forza: nel rifiutare la semplicità delle narrative tradizionali, ci obbliga a confrontarci con la complessità della realtà umana.


La carriera di Tonya Harding fu una tragedia per più motivi. Lei credeva che la superiorità atletica potesse curare l'emarginazione sociale, che saltare più in alto potesse farle superare le barriere di classe. Non è fallita a causa del suo salto, ma per il peso inesorabile delle sue origini.


Il film di Gillespie restituisce a questa "trash princess" ciò che le era sempre stato negato: complessità, umanità, dignità. E nel farlo, ci mostra qualcosa di fondamentale su noi stessi, sul nostro bisogno di eroi e villain, sulla nostra complicità nel creare e distruggere le storie che ci raccontiamo.


Come dice Tonya rivolgendosi direttamente a noi nell'ultima scena: siamo tutti, in qualche modo, i suoi aggressori. Perché abbiamo scelto la narrazione semplice invece della verità complicata. Perché volevamo una cattiva da odiare più di quanto volessimo capire.




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