LA BELLA FAVOLA DI EDDIE THE EAGLE
- maximminelli
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Il coraggio di fallire in modo spettacolare
Una delle discipline più spettacolari tra gli sport invernali è senza dubbio il salto con gli sci: mi sono sempre chiesto cosa spingesse quei "matti" a gettarsi giù da altissimi trampolini per poi atterrare in piedi sulla neve come se niente fosse.
Probabilmente si pose la stessa domanda il giovane inglese Michael "Eddie" Edwards, quando, abbandonati i sogni di gloria come sciatore, tolse dal ripostiglio i suoi sci e, nonostante la perplessità dei genitori, cominciò a girare per l´Europa per imparare quello spettacolare sport e coronare finalmente il suo sogno: partecipare ai giochi olimpici.
Scene molto spettacolari e mozzafiato permettono allo spettatore di vivere quasi da vicino l´emozione e la spericolatezza della disciplina in sé, ma soprattutto il coraggio e, forse, anche l´ingenua sprovvedutezza di Eddie, che si merita anche il sostegno non solo delle centinaia di migliaia di persone all´epoca sulle tribune di Calgary e davanti ai teleschermi, ma anche degli spettatori nei cinema.
Storia vera e film a confronto

Nella realtà e nella finzione cinematografica questo l´incipit della straordinaria avventura di Eddie Edwards, che il 14 febbraio 1988 a Calgary in Canada realizzò un´impresa fino a pochi giorni prima considerata impossibile a tutti. Ma non a lui. Sotto di lui si apre il vuoto di un trampolino olimpico per il salto con gli sci, sopra di lui grava la pressione delle aspettative di un pubblico di miliardi di persone. In realtà, il muratore di Cheltenham dovrebbe essere seduto sul divano di casa sua. Invece, si prepara a lanciarsi nel vuoto con una pericolosa conoscenza superficiale e gli occhiali appannati. È il momento in cui un semplice artigiano diventa una leggenda mondiale: Eddie the Eagle.
Trent’anni dopo quella storica impresa, la sua storia ha ispirato uno dei più amati film sportivi degli ultimi anni: Eddie the Eagle — Il coraggio della follia (2015), diretto da Dexter Fletcher e interpretato da Taron Egerton e Hugh Jackman. Un biopic che, più che raccontare fatti, trasforma una parabola umana in una favola senza tempo sull’ostinazione, il fallimento glorioso e il diritto di provarci davvero.
Sceneggiatori e regista si sono presi molte libertà rispetto alla vera storia di Michael Edwards. Per cominciare il personaggio dell´allenatore, Bronson Peary (Hugh Jackman) e del suo vecchio maestro Warren Sharp (Christopher Walken). Il primo è il deus ex machina, cioè l´allenatore maledetto che, prima scettico come tutti, poi sempre più fiducioso, vede in Eddie una possibilitá anche di riscattare se stesso e l´ostracismo che aveva subito anni prima dal suo allenatore Sharp. È un topos ricorrente nei film sportivi quella dell´allenatore outsider, che, escluso dai circuiti ufficiali del proprio sport, ha anche lui possibilità di redenzione, in questo caso allenando l´outsider per eccellenza, Eddie. Si pensi a Cool Runnings, che, non a caso, ha anch´esso come cornice olimpica proprio i giochi di Calgary 1988.
Sono poi omessi molti passaggi dell´odissea di Eddie alla ricerca della tecnica migliore per il salto con gli sci e, poi, della qualificazione olimpica (aveva, per esempio, trascorso anche un periodo in Finlandia, totalmente taciuto nel film). Tutta questa fase si concentra a Garmisch, dove avviene anche l´incontro con Peary: i trampolini della località sciistica bavarese sono i più visibili nella pellicola, insieme a quelli di Oberstdorf (che vengono usati per rappresentare quelli di Calgary), sempre in Germania, e Seefeld in Austria. Anche la figura del padre viene esasperata, visto che nella realtà Terry Edwards (Keith Allen) non era stato così scettico e demotivante come lo si racconta nel film. Dal punto di vista tecnico l´anacronismo più evidente è il salto con gli sci a "V", che fu introdotto dopo i giochi di Calgary, quando ancora si saltava con gli sci paralleli.
Ma, come si è detto, questi prodotti della fantasia sono funzionali a non fare di Eddie the Eagle un semplice biopic celebrativo, ma, appunto, una favola per grandi e piccini sulla forza di volontà, il coraggio e il desiderio di superare i propri limiti.
La statistica del fallimento: 0,0017%

Fin dall’inizio, i numeri nudi e crudi erano contro di lui. La probabilità statistica di arrivare alle Olimpiadi come essere umano è dello 0,0017%, una percentuale infinitesimale. Per Eddie questa montagna era ancora più ripida. Proveniva da una classica famiglia di operai, era fortemente ipermetrope e fisicamente l’esatto contrario di un esile esteta del volo. Ma mentre l’élite mondiale puntava sulla perfezione aerodinamica, Eddie si affidava a una risorsa che nessun laboratorio può misurare: una volontà indomabile, quasi folle. Il suo motore non era il talento, ma il rifiuto di accettare il “no” delle statistiche.
Eddie the Eagle — Il coraggio della follia prende le mosse proprio da questa vicenda reale: Edwards è stato il primo saltatore con gli sci a rappresentare la Gran Bretagna alle Olimpiadi invernali, dove divenne una celebrità pur arrivando ultimo in gara. Fletcher opta per una forte semplificazione biografica, costruendo un racconto di formazione che concentra tutto sull’idea di un eroe poco atletico, goffo e fuori posto, ma animato da una dedizione quasi infantile al proprio sogno. Alla fine riceverà anche l´applauso e il riconoscimento di atleti più esperti, dei veri campioni della disciplina, che non poterono non apprezzare il coraggio di Eddie, non meno meritevole di loro di ricevere l´applauso del pubblico.
Olimpiadi fai da te: tra stalle e attrezzature prese in prestito
Prima di decollare da Calgary, Eddie si allenò sulle “montagne” di Gloucester, la cui vetta più alta misura appena 330 metri. Fu una preparazione a metà strada tra follia e pragmatismo. Da adolescente, sfidava la morte saltando con gli sci sopra le auto; più tardi, mentre saliva verso la vetta, dormiva nelle stalle o trascorreva cinque settimane in un ospedale psichiatrico, semplicemente perché era l’alloggio più economico disponibile. La sua attrezzatura era un mosaico internazionale di compassione: gli sci provenivano dagli austriaci, la tuta dai tedeschi occidentali, il casco dagli italiani.

In un mondo odierno ossessionato dalla mania dell’ottimizzazione e dalle carriere di successo, la mentalità pratica di Eddie sembra una provocazione salutare. Ha dimostrato che il perfezionismo è spesso solo una scusa per esitare. Il suo credo era semplice, e irresistibilmente disarmante:
«In realtà era come sciare, solo in modo diverso, quindi ci sono andato.»
Questo spirito è quello che il film cattura con maggiore efficacia. Taron Egerton ha spiegato di aver lavorato intensamente sul corpo e sulla postura per rendere Eddie un atleta improbabile, arrivando persino a non allenarsi in palestra per non apparire troppo scolpito, e impostando un leggero prognatismo per ricordarne i tratti distintivi. Il cuore della sua interpretazione, come sottolinea lo stesso Fletcher, è però nella capacità di restituire determinazione e vulnerabilità insieme, facendo emergere la fragilità di un perdente che rifiuta di sentirsi tale.
Il colpo di genio strategico: un paese senza concorrenza

Eddie non era un prodigio della tecnica, ma era un astuto stratega. Capiva il sistema meglio degli stessi funzionari. Il suo piano era di una semplicità disarmante: in Gran Bretagna non c’erano saltatori con gli sci. Essendo l’unico a gareggiare, era automaticamente il migliore del paese. La sua partecipazione ai Campionati mondiali di Oberstdorf nel 1987 fu un capolavoro di logica applicata. Arrivò ultimo con un enorme distacco, ma il suo “salto” fu sufficiente per stabilire il record nazionale britannico. Si era così guadagnato il biglietto per Calgary. Non aveva infranto le regole olimpiche, le aveva semplicemente aggirate con eleganza.
Eddie the Eagle — Il coraggio della follia racconta questa scalata con un tono leggermente grottesco ma sempre partecipe, evitando sia la retorica patriottica sia il moralismo spicciolo. Fletcher ha dichiarato in più occasioni di non voler ripetere lo sguardo derisorio con cui parte dei media trattò Edwards nel 1988, ma di volerlo raccontare con calore e rispetto, senza trasformarlo in una macchietta. L’estetica patinata degli anni Ottanta — costumi sgargianti, colonna sonora vintage — diventa lo sfondo perfetto per questa storia fuori dal tempo.
La lotta contro la gravità e i pregiudizi

A Calgary, la romantica anarchia di Eddie si scontrò con la fredda professionalità dell’élite mondiale. Con i suoi 82 chili, pesava quasi dieci chili in più dei suoi concorrenti. «Il grasso non vola», commentò causticamente il suo allenatore. Mentre i “dei” del trampolino vantavano 20 anni di esperienza, Eddie era nel giro da appena 20 mesi. Ma possedeva un’arma segreta psicologica: sfruttava la sua paura. Invece di lasciarsi paralizzare dall’adrenalina, la usava per concentrarsi mentre era in aria. Mentre l’élite lottava per pochi millimetri, Eddie festeggiava la sua apoteosi in fondo alla classifica. Non gareggiava contro gli altri, ma contro la forza di gravità delle sue origini.
Hugh Jackman, cui il film affida il ruolo del coach di finzione Bronson Peary, è perfettamente consapevole di portare sulle spalle la dimensione tematica del racconto: quella del mentore cinico che ritrova senso nell’accompagnare il sogno di un altro. L’attore ha spesso indicato come cifra del personaggio l’entusiasmo incrollabile di Eddie, definendolo la chiave per capire l’intero film, e ha dichiarato di aver cercato una chimica di sincero affetto con Egerton, più che un rapporto coach/allievo tradizionale. È questa coppia — il fallito ostinato e il disilluso redento — il vero motore emotivo della pellicola.
Quando il fallimento diventa leggenda: l’effetto “Eddie the Eagle”

Eddie si classificò due volte all’ultimo posto, ma rubò la scena ai vincitori della medaglia d’oro. Il suo successo è diventato virale molto prima che esistesse Internet. Alla cerimonia di chiusura, il capo del comitato organizzatore lo ha ufficialmente battezzato “The Eagle”. Improvvisamente, il muratore lungimirante è diventato una star mondiale: è arrivato al secondo posto nelle classifiche musicali finlandesi, è apparso in TV con un giovanissimo Günther Jauch e ha inaugurato centri commerciali.
La gente lo amava perché la sua stessa esistenza smascherava l’arroganza dello sport professionistico. Era il ragazzo normale che osava l’impossibile. Lui stesso, con quell’ironia che lo contraddistingue, ha sintetizzato tutto in una frase diventata iconica: «Per me, arrivare ai Giochi è stata la mia medaglia d’oro.»
Una favola in tre atti

l film si può dividere i tre parti. La prima che comprende infanzia e adolescenza di Eddie, riguarda il suo disperato e cocciuto desiderio di fare sport, possibilmente ad alti livelli. È cosi outsider che cerca di farsi largo sempre in discipline poco battute da altri ragazzi. In questo un ostacolo, soprattutto psicologico, è il padre: ma nella realtà, come acce,nnato Edwards senior non si oppose in alcun modo ai progetti del figlio, ma questo fa parte del romanzesco nel film, un “antagonista” molto vicino emotivamente al “protagonista”.
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Arriva poi la scoperta del salto con gli sci e l´inizio dell´avventura solitaria di “ricognizione” del mondo del salto, dominato dagli scandinavi in generale, norvegesi in particolare, che lo deridono quando lo vedono approcciarsi ai trampolini di Garmisch, dove avviene nella finzione tutta la fase dell´apprendistato tecnico e fisico di Eddie con la disciplina. È qui che si inserisce l´apparizione di Bronson Peary, che con il passare del tempo diventerà anche lui un entusiasta sostenitore del progetto del "folle volo" di Eddie.
Con la terza parte si giunge alla realizzazione dell´impresa, che si costruisce con ritmo incalzante passo passo. Tutto grazie alla cocciutaggine di Eddie, che riesce a passare le qualificazioni e ad essere inserito nel team olimpico britannico. Dove continua a trovare diffidenza, ad essere deriso. Fino a quando, dopo la prima esibizione sul trampolino più corto, diventa lui la star della squadra e, in parte, dei giochi stessi. Perlomeno alla voce “curiosità”. Le sue conferenze stampa fanno il tutto esaurito, lo cercano giornalisti ed emittenti tv di tutto il mondo, la telecronaca della sua gara è un´attrazione per milioni di spettatori. Fino al punto più alto della sua impresa: il salto dai 90 metri, che gli porta anche l´ammirazione ed il sostegno dei campioni veri della specialità, tra cui il finnico Matti Nykänen (Edvin Endre).
Eddie di fronte al proprio doppio cinematografico

La capacità mimetica di Egerton è stata apprezzata dallo Michael Edwards, che ha raccontato il lungo percorso produttivo del film — i diritti venduti 17 anni prima, il sogno giovanile di farsi interpretare da Brad Pitt o Tom Cruise — accettando con leggerezza lo scarto tra il vero Eddie e la sua versione cinematografica. L’atteggiamento del protagonista reale, più divertito che geloso della propria immagine, sembra in sintonia con il film stesso, che sceglie di non feticizzare il “vero” ma di usare quella storia come parabola sul coraggio di provarci.
Edwards ha dichiarato di essere stato incredibilmente felice di vedere la propria vita trasformata in un film, confessando di non aver mai immaginato, ai tempi di Calgary, che un giorno sarebbe stato trattato come una star. Ha definito l’esperienza di vedere il film per la prima volta incredibile e commovente, sottolineando quanto lo colpisca ancora oggi perfino il trailer. Pur riconoscendo che siano state prese «alcune libertà» non ha lesinato elogi al risultato finale.
Il successo dell’outsider era però una spina nel fianco dei funzionari olimpici. Il CIO reagì alla popolarità di Eddie con freddezza burocratica. La nuova “Lex Eddie” inasprì notevolmente le regole di qualificazione: d’ora in poi gli atleti dovevano essere tra i migliori 30% o 50% al mondo nelle rispettive discipline. Fu la vittoria dell’efficienza sull’anima. Si voleva impedire che persone come Eddie partecipassero, per proteggere il livello. Ma con questo passo lo spirito olimpico perse un po’ della sua romantica anarchia. La professionalità prese il posto dei sogni; il sistema inghiottì l’avventura. È il paradosso più amaro di questa storia: proprio il personaggio che aveva fatto innamorare il mondo delle Olimpiadi divenne la giustificazione per renderle meno umane e meno accessibili.
Un’allegoria del fallimento come forma di gloria

Eddie the Eagle — Il coraggio della follia è stato accolto come una piacevole sorpresa, una storia vera trasfigurata in favola comedy che riesce a parlare di sport senza trasformarsi in sermone motivazionale. Diverse recensioni hanno sottolineato la capacità del film di evitare la retorica nazionale e morale, puntando su un tono leggero e su una comicità venata di malinconia, ben servita dalla coppia Egerton–Jackman. Si tratta, in sintesi, di un prodotto dichiaratamente popolare, che privilegia l’emozione e l’identificazione sul rigore biografico.
Eddie the Eagle — Il coraggio della follia funziona quando abbraccia senza pudore la propria vocazione di fiaba sportiva, costruita sull’idea che il valore dell’impresa non stia nel risultato ma nella volontà di mettersi in gioco — un principio che il film stesso ribadisce attraverso la celebre massima olimpica citata nel finale. Il prezzo da pagare è una forte semplificazione narrativa, che appiattisce molti personaggi e comprime la complessità del contesto agonistico, ma che permette a Fletcher di mantenere un passo costante, un tono coerente e un’energia contagiosa.
L’adesione entusiasta del vero Edwards — che continua a usare il film come esempio di resilienza nelle sue conferenze motivazionali — suggerisce che questa operazione di mitopoiesi pop non tradisce lo spirito del personaggio, pur tradendo spesso i fatti. In questo senso, Eddie the Eagle è meno un biopic in senso stretto che un’allegoria dello sport come spazio dove il fallimento può diventare forma di gloria, purché sia vissuto fino in fondo.
La storia di Michael “Eddie” Edwards è il manifesto definitivo del coraggio di fallire. Non ha mai vinto, ma ha ispirato milioni di persone che non avrebbero mai osato mettersi alla prova. Oggi è tornato a lavorare come muratore e stuccatore nella sua vecchia vita, ma porta il ricordo di quel volo a Calgary come una corona invisibile. Ha colto un’opportunità che, statisticamente, non avrebbe mai avuto.









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