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DAL GHIACCIO OLIMPICO A HOLLYWOOD, ASCESA E CREPUSCOLO DEL "CIGNO BIANCO"

White Swan

Dal mito sportivo allo star system


Era una delle dive più amate e una delle meglio pagate del cinema hollywoodiano a cavallo tra anni Trenta e Quaranta. La sua stella sarebbe poi tramontata inevitabilmente con la fine di un’epoca e con l’inizio del suo declino professionale e personale. Era stata, prima di tutto, una stella del pattinaggio artistico agonistico, una delle più grandi di sempre. Forse la più grande. Tre volte medaglia d’oro olimpica (1928, 1932, 1936), dieci volte campionessa del mondo, la prima volta a soli 15 anni, nel 1927.


Scelse poi le luci della ribalta del grande schermo e delle arene, dove si esibì per quasi due decenni in tutta l’America, attratta dalle sirene dello spettacolo e dalle prospettive di guadagni straordinari. Quando arrivò il declino, artistico e fisico, fu accompagnato da un disastro finanziario: la salvò il terzo marito, Niels Onstad, vecchio amico d’infanzia in Norvegia.Sulla spalla di Niels, quella che era stata il “cigno bianco” del pattinaggio su ghiaccio si addormenterà per sempre nell´ottobre 1969, durante il volo che da Parigi la riportava, gravemente ammalata, nella sua città natale: Oslo.


Questa storia, perfetta per la mia serie su cinema e Olimpiadi invernali, è anche un caso di scuola: cosa succede quando un’eroina olimpica diventa un prodotto hollywoodiano? Quanto resta dell’atleta quando nasce la diva? E quanto, invece, la diva riscrive l’atleta?


Oslo e l´ascesa di una campionessa


Sonja Henie olimpica

Sonja Henie fu una delle tante star dello sport olimpico che, come Johnny Weissmuller poco prima di lei, approfittò della fama conquistata in gara per convertirsi a una carriera di attrice. Ma, a differenza di altri, Henie aveva una peculiarità: portava con sé uno sport che sembrava nato per lo schermo, perché univa tecnica, ritmo, musica, costume, coreografia. In breve: spettacolo.


Nata a Oslo nel 1912, sin da bambina mosse i primi passi sui pattini sotto la guida del padre (anche lui discreto sportivo in gioventù) e nel giro di poco tempo ascese al rango di campionessa. A soli 16 anni prese parte per la prima volta alle Olimpiadi invernali nell’edizione svizzera di Saint Moritz: la sua esibizione incantò il pubblico e convinse la giuria. Primo posto e medaglia d’oro.


Quattro anni dopo si sarebbe ripetuta a Lake Placid negli USA, per poi confermarsi una terza volta nelle Olimpiadi della neve ospitate dalla Germania di Hitler nella cornice alpina di Garmisch-Partenkirchen. Farà il giro del mondo (e avrebbe pesato sulla sua reputazione) la foto della sua stretta di mano al Führer: un’immagine che oggi si legge come simbolo scomodo, ma che all’epoca molti ambienti sportivi trattavano come “protocollo”, senza misurare fino in fondo la potenza propagandistica di quel gesto.


Ed è qui che la serie “Cinema e Olimpiadi invernali” diventa interessante: quelle Olimpiadi non furono solo sport. Furono anche scena, regia politica, messa in quadro. In altre parole: un evento già “cinematografico” prima ancora di arrivare al cinema.


Il pattinaggio come musical


locandina film

Proprio subito dopo Garmisch, Sonja prese il volo verso l’America con meta Hollywood. Il cinema, infatti, si era convinto che il pattinaggio su ghiaccio avrebbe avuto sul pubblico lo stesso fascino dei balletti immortali di Fred Astaire e Ginger Rogers. La giovane norvegese accettò subito un sostanzioso contratto con la 20th Century Fox e la prima scrittura per un film quasi autobiografico: Turbine bianco (One of a Million), diretto da Sidney Lanfield e uscito nelle sale statunitensi alla fine del 1936, che consacrò definitivamente Sonja Henie.


Si tratta di un musical dalla trama esile, tutta incentrata sul permettere a Sonja di esibire le proprie straordinarie doti atletiche e artistiche. Un impresario teatrale americano (Adolphe Menjou), perso tra le Alpi svizzere con la sua orchestrina femminile (le prime scene del film, in treno, sembrano quasi anticipare la band tutta di donne di A qualcuno piace caldo), in un piccolo albergo conosce la giovanissima Greta Müller, pattinatrice svizzera che, allenata dal padre ex atleta (chiaro rimando alla biografia di Henie), aspira a gareggiare ai giochi olimpici.



Sonja e Hitler

Per non rinunciare al suo status di dilettante, in un primo tempo respinge le ricche offerte dell’impresario, che vorrebbe portarla con sé in America per farla esibire al Madison Square Garden. La ragazza rifiuta e si esibisce con successo alle Olimpiadi, dove sale sul podio più alto, come nella realtà Sonja. Sullo sfondo compaiono i manifesti ufficiali di quelle Olimpiadi invernali che, come poi l’edizione estiva di Berlino sei mesi dopo, nella realtà si tennero sotto l’egida e lo sguardo vigile di Adolf Hitler.


C’è un dettaglio rivelatore: nel film si evitano simboli troppo espliciti (niente bandiere con la svastica), perché il pubblico americano non li avrebbe accolti. Questo è esattamente il punto: Hollywood filtra la storia. Prende un evento politico e lo rende “digeribile”, trasformandolo in decorazione. E intanto costruisce una nuova figura: non più solo atleta, ma star.


Hollywood, tournée e spettacolo totale



copertina time

L’anno dopo gira Thin Ice, sempre diretto da Lanfield, in cui Sonja Henie è affiancata da un giovane Tyrone Power, con il quale intrattenne una delle sue tante relazioni con attori hollywoodiani. Seguiranno altre undici pellicole, ma la pattinatrice norvegese era impegnatissima anche nelle tournée in giro per gli States, dove un pubblico numerosissimo si accalcava per ammirarla nelle sue evoluzioni sul ghiaccio, accompagnata da un corpo scelto di pattinatrici e pattinatori.


Erano veri e propri balletti su ghiaccio, che nulla avevano da invidiare alle esibizioni “al naturale” delle star contemporanee della danza e dei musical. Qui la differenza è che lo sport diventa scenografia e, allo stesso tempo, prova del talento: la tecnica non è più soltanto competizione, ma intrattenimento. E questo, nella serie “Cinema e Olimpiadi invernali”, è un nodo fondamentale: l’Olimpiade crea celebrità, Hollywood la trasforma in narrazione, e la narrazione – spesso – finisce per sostituire la memoria dello sport.



Il biopic del 2018: luci e ombre senza sconti


A questa ascesa impetuosa, ma anche alle frequenti crisi personali e professionali, nonché al declino degli anni Cinquanta – che portarono Sonja sull’orlo del fallimento completo – è dedicato un biopic norvegese del 2018, Sonja: The White Swan, di Anne Sewitsky, in cui Ine Marie Willmann impersona la leggendaria pattinatrice. Film che non mi risulta sia mai apparso in Italia e che sono riuscito a vedere, tra l’altro, su Amazon Prime Video in Germania.


manifesto Sonja

Il sito tedesco Film-Dienst loda la pellicola, definendola un ritratto affascinante e ben recitato di una persona completamente concentrata sul successo. Basato anche sulla biografia “Queen of the Ice, Queen of the Shadows: The Unsuspected Life of Sonja Henie”, scritta da Leif Henie (fratello maggiore di Sonja) con Raymond Strait e pubblicata nel 1985, il film espone senza veli non solo le luci della vicenda personale e professionale della pattinatrice, ma anche le tante ombre di una vita trascorsa a lungo sotto i riflettori.


Il suo volto quasi adolescenziale ne fece la protagonista ideale per musical e commedie leggere, dove impersonava donne romantiche e sognatrici. Nella vita privata, però, le fu rinfacciato di essere piuttosto “immorale”, danneggiando la maschera che lo star system hollywoodiano le aveva imposto: un conflitto tipico delle dive del periodo, quando l’immagine pubblica era un contratto non scritto e la reputazione una moneta fragile.


Quando il suo astro stava lentamente tramontando, Sonja non si rese conto che era il caso di tirarsi indietro e amministrare prudentemente patrimonio e memoria. Si imbarcò in imprese artistiche fallimentari (come la tournée in Brasile), mentre il denaro – nonostante gli incassi – evaporava in scelte sbagliate, stile di vita e gestione disastrosa.



Come scritto da Stephen Vagg su FilmInk nel 2020:


Henie non era una persona particolarmente piacevole nella vita reale: evadeva le tasse, contrabbandava denaro, offriva un sostegno minimo alla resistenza norvegese durante la guerra, rubava asciugamani e tappetini da bagno dagli hotel, desiderava ardentemente i diamanti e cadde nell'alcolismo.


Nella pellicola non si nascondono nemmeno i drappi rossi con la croce uncinata che adornavano lo stadio olimpico di Garmisch, dove Sonja si esibì e ottenne la sua terza medaglia. In fondo, come accennato in precedenza, quelli erano stati i “Giochi di Hitler”, e pochi tra atleti e atlete immaginavano che la guerra avrebbe sospeso le Olimpiadi fino al 1948.


premiazione

Una diva olimpica in una disciplina simbolo dei cinque cerchi


Sia Sonja: The White Swan sia Turbine bianco permettono di scoprire (o riscoprire) la vicenda artistica e umana di questa diva del pattinaggio artistico, disciplina a cui Hollywood – e non solo – avrebbe dedicato numerosi omaggi. In questa serie sul rapporto tra cinema e Olimpiadi invernali, Sonja Henie è un personaggio perfetto: perché dimostra come l’atleta possa diventare attrice, ma anche come lo sport venga “montato” e “riscritto” per il grande schermo.


Non a caso tornerò più volte su questi incroci tra piste di ghiaccio e set cinematografici. Ma il prossimo appuntamento è con uno sport curioso, molto tecnico e ancora di nicchia: il curling. E lì, spoiler: il cinema cambia registro, perché l’eroismo non passa più dalla grazia, ma dalla strategia.

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