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HUSTLE: BASKET, PASSIONE E UN ULTIMO SALUTO A ROBERT DUVALL

Un film Netflix che vale molto più di quello che sembra — e un omaggio all'ultimo grande della scuola classica americana.


Hustle

C'è un momento in Hustle, il film Netflix del 2022 diretto da Jeremiah Zagar, in cui Adam Sandler — nei panni del consumato scout NBA Stanley Sugerman — guarda un ragazzo sconosciuto giocare per le strade di Mallorca e capisce immediatamente che davanti a lui c'è qualcosa di raro. In quello sguardo c'è tutto il film: la stanchezza di chi ha inseguito un sogno per troppo tempo, la scintilla di chi non ha ancora smesso di crederci, la lucidità di chi il basket lo conosce davvero.


Hustle è uscito quasi in sordina nell'estate del 2022, oscurato dai blockbuster stagionali. Eppure, con il passare dei mesi, è diventato uno dei titoli sportivi più apprezzati dell'ultimo decennio — amato tanto dagli appassionati di pallacanestro quanto da chi non distingue un pick-and-roll da un lay-up. Oggi, con la recente scomparsa di Robert Duvall (15 febbraio 2026, a 95 anni), il film torna alla ribalta anche per un altro motivo: ospita una delle ultime apparizioni del grande attore americano sullo schermo.


Un addio sullo schermo: Robert Duvall in Hustle


Prima di entrare nel merito della trama e dei temi, vale la pena fermarsi su Robert Duvall — perché la sua presenza in Hustle, pur breve, è uno di quegli elementi che rendono il film più ricco di quanto sembri in superficie.


Hustle

Duvall interpreta Rex Merrick, il proprietario lungimirante dei Philadelphia 76ers e mentore storico di Stanley Sugerman. È un personaggio che muore nelle primissime fasi della storia, lasciando un vuoto narrativo che funziona da motore drammatico per tutto il resto del film: con la scomparsa di Rex, il figlio Vince (Ben Foster) prende le redini della franchigia, relega Stanley di nuovo in panchina e innesca la catena di eventi che spingerà lo scout a prendere in mano il proprio destino.


La performance di Duvall — pur in pochi minuti di schermo — porta quella densità silenziosa che ha caratterizzato tutta la sua carriera. Il legame tra Rex e Stanley è credibile perché Duvall non ha bisogno di molte parole: bastano uno sguardo, una pacca sulla spalla, il tono di chi ha visto abbastanza per riconoscere un uomo onesto. È la qualità di un attore che ha trasformato il minimalismo in arte — da Tom Hagen ne Il Padrino al Colonnello Kilgore in Apocalypse Now, fino all'Oscar vinto con Tender Mercies (1983).



Va precisato, in onore alla correttezza storica, che Hustle non è tecnicamente l'ultimo film di Duvall: quell'onore spetta a The Pale Blue Eye (2022), uscito a fine anno. Ma Hustle rimane una delle sue ultime apparizioni cinematografiche, e con la sua recente scomparsa acquista un sapore malinconico e prezioso. Chi ama il cinema ha il dovere di notarlo.


Un underdog che ne contiene due


Hustle

Stanley Sugerman (Adam Sandler) è uno scout della NBA con alle spalle anni di sacrificio, hotel anonimi, voli notturni e partite in campetti dimenticati di mezzo mondo. Ama il basket con la stessa intensità con cui ama sua moglie Teresa (Queen Latifah) e sua figlia Alex (Jordan Hull): in modo totale, senza riserve. Il suo sogno — fare l'allenatore, restare a casa a Philadelphia — è sempre rimasto un passo fuori portata.


Quando Rex Merrick lo promuove finalmente ad assistant coach, sembra finalmente il momento giusto. Ma Rex muore, Vince lo rispedisce in giro per il mondo, e Stanley si ritrova in Spagna a guardare un muratore di nome Bo Cruz (l'ex giocatore NBA Juancho Hernangómez) dominare un campetto con una facilità disarmante. Bo è alto, potente, atletico, con mani straordinarie e una lettura del gioco istintiva. Ha anche un passato difficile — una condanna per aggressione in Spagna e una figlia da mantenere — che lo ha tenuto lontano dai circuiti ufficiali.


Hustle

Stanley decide di scommettere su di lui. Di tasca propria. Senza l'approvazione della franchigia, senza rete di sicurezza. Da quel momento Hustle diventa una storia doppia: quella di Bo Cruz che lotta per entrare in NBA, e quella di Stanley Sugerman che lotta per dimostrare — a Vince, al mondo e a se stesso — di saper riconoscere il talento e di meritare quella panchina.


Molto più di uno sport movie


Hustle funziona così bene perché non si accontenta della formula standard del film sportivo. Certo, ci sono gli allenamenti estenuanti, la grande partita finale, il villain da battere (un irresistibile Anthony Edwards, altro giocatore NBA prestato al cinema, nei panni dell'arrogante Kermit Wilts). Ma attorno a questa struttura il film costruisce qualcosa di più sottile e genuino.


Hustle

Il tema centrale è la passione come vocazione. Stanley non vuole diventare ricco, non vuole la gloria: vuole semplicemente fare il lavoro che sa fare meglio, vicino a chi ama. Il basket per lui non è un mezzo ma un linguaggio — il modo in cui conosce il mondo, in cui entra in relazione con gli altri, in cui misura se stesso. Questa autenticità traspare in ogni scena che lo vede in campo o sul bordo di un campetto: Sandler, appassionato di basketball nella vita reale, non recita l'amore per il gioco. Lo vive.


Accanto alla passione c'è il tema della famiglia come àncora. Teresa non è il classico personaggio femminile sacrificato sull'altare del sogno maschile: è una donna concreta, intelligente, che supporta il marito senza abdicare alla propria voce. Allo stesso modo, la figlia di Bo — piccola, presente, silenziosa — è la ragione per cui il ragazzo scende in campo ogni volta come se fosse l'ultima.


C'è poi il tema del riscatto — ma declinato in modo insolito. In Hustle nessuno deve "redimersi" da grandi peccati: Stanley ha solo commesso l'errore di non credere abbastanza in se stesso, Bo quello di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il film dice che basta un attimo — una scelta, un incontro, uno scout che ti vede davvero — per rimettere in moto ciò che sembrava fermo per sempre. È un messaggio semplice, ma portato sullo schermo con una sincerità che lo rende potente.


Il basket nel film: autenticità prima di tutto


Uno degli aspetti più discussi di Hustle è la rappresentazione della pallacanestro. E qui il film fa scelte coraggiose e indovinate.


Hustle

Juancho Hernangómez non è un attore prestato al basket: è un cestista prestato al cinema. All'epoca delle riprese giocava nello Utah Jazz, e la sua naturalezza in campo è semplicemente impossibile da simulare. Ogni gesto tecnico — le finte, i cambi di direzione, i tiri in sospensione — è autentico, e il film lo sa, costruendo attorno a Hernangómez inquadrature che esaltano la fluidità del suo gioco senza ricorrere alle scorciatoie del montaggio frenetico.


Il regista Jeremiah Zagar ha scelto di girare le scene di basket con una cinepresa quasi documentaristica: poche steadicam, molta camera a mano, luce naturale quando possibile. Il risultato è una fisicità palpabile, sudata, che mette lo spettatore dentro il campo invece di tenerlo a distanza di sicurezza.


Hustle

Hustle è anche, tra le righe, un documentario sui meccanismi dell'NBA — il draft, i combine, i tryout, le gerarchie di potere all'interno di una franchigia. Tutto è raccontato con una cognizione di causa che raramente si trova nei film sportivi: merito anche del fatto che LeBron James ha co-prodotto il film attraverso la sua SpringHill Company, portando con sé una credibilità che si sente in ogni scena ambientata nel "sistema".


Non mancano i camei di star NBA reali — tra gli altri Allen Iverson, Dirk Nowitzki, Doc Rivers, Trae Young — che appaiono come loro stessi con naturalezza e spesso con un pizzico di autoironia. Sono presenze che non appesantiscono il racconto: al contrario, contribuiscono a creare quella sensazione di mondo vivo e autentico che distingue Hustle dai suoi simili.


Adam Sandler: la conferma di un attore maturo


Hustle

Non si può parlare di Hustle senza parlare di Adam Sandler — o meglio, del nuovo Adam Sandler. Dopo la rivelazione di Uncut Gems (2019), in cui i fratelli Safdie lo avevano trasformato in un tornado di nevrosi e autodistruzione, Sandler in Hustle imbocca una strada diversa: quella dell'uomo ordinario, dell'uomo buono che non riesce a smettere di credere.


Stanley Sugerman è un personaggio che avrebbe potuto diventare banale. Sandler lo salva grazie a una presenza fisica discreta e calda, a una gestione delle pause che tradisce un lavoro profondo sul personaggio. Non è il Sandler urlante delle commedie anni '90, né quello al limite del collasso nervoso di Uncut Gems. È qualcosa di diverso: un attore che ha imparato a fare molto con poco.


La nomination ai SAG Awards del 2023 — la prima della sua carriera in una categoria drammatica — è il sigillo ufficiale di quello che il pubblico aveva già capito: Sandler può reggere un film serio, e può farlo con grazia.


Perché vale la pena (ri)vederlo ora


Hustle

Hustle è disponibile su Netflix e si lascia guardare con facilità, ma è un film che merita più di una visione distratta. È uno di quei titoli che crescono con il tempo — che tornano in mente qualche giorno dopo, con un'immagine, una battuta, uno sguardo.


Con la scomparsa di Robert Duvall, c'è oggi un motivo in più per tornare su questo film: trovare nel personaggio di Rex Merrick il riflesso di una carriera straordinaria, di un attore che fino alla fine ha saputo fare della presenza scenica un atto di generosità verso il pubblico.


Hustle non è un capolavoro. È qualcosa di forse più raro: un film onesto, fatto con amore per lo sport e per i personaggi che racconta, capace di commuovere senza mai manipolare. Nel panorama del cinema sportivo degli ultimi anni — spesso freddo, calcolato, costruito attorno agli effetti speciali più che alle emozioni — è un risultato tutt'altro che scontato.


Se non l'avete ancora visto, è il momento giusto. Se l'avete già visto, forse vale la pena rivederlo — con occhi diversi, e con un pensiero per il grande attore che apre la storia e poi scompare, lasciando il segno come solo i veri campioni sanno fare.

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