"IL MARATONETA": MEZZO SECOLO DI UN CLASSICO DELLA NEW HOLLYWOOD
- maximminelli
- 1 giorno fa
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Perché Levy non sarebbe diventato un maratoneta. Chiunque può riuscirci, se ci si dedica anima e corpo. No, lui sarebbe diventato il maratoneta, e al tempo stesso un intellettuale di straordinaria qualità, dotato di un´ineguagliabile ampiezza di nozioni, il tutto ammantato di un senso di modestia autentico quanto profondo.
dal romanzo di William Goldman, Il maratoneta (1974)
Può sembrare un nesso irriverente, ma la rivoluzione del running in America tra fine anni Sessanta e primi anni Settanta è anche alla base di uno dei film più significativi della New Hollywood e della carriera di Dustin Hoffman, che ne è stato uno dei protagonisti assoluti.
Favorita dall'impegno di Bill Bowerman, cofondatore di Nike, e portata alla popolarità da "profeti" della corsa come Jim Fixx, la corsa divenne fenomeno di massa quando nel 1972 Frank Shorter vinse la maratona olimpica di Monaco di Baviera. Corridori di ogni età, sesso e provenienza cominciarono a invadere strade e parchi delle città americane, imponendo non solo una moda — con notevoli ricadute sull'industria degli articoli sportivi — ma anche una filosofia di vita.
Solo così si può spiegare perché lo scrittore William Goldman e poi il regista John Schlesinger abbiano scelto come protagonista un giovane studente di storia appassionato di corsa, desideroso di completare la New York City Marathon, fondata nel 1970.

Parliamo naturalmente di Il maratoneta (The Marathon Man, 1976): uno dei thriller chiave del cinema thriller-paranoico americano degli anni Settanta, ma anche un adattamento personale e fertile del romanzo omonimo di Goldman, che firma pure la sceneggiatura, rimodellando il cuore ideologico e drammaturgico dell'opera originale. La sua fortuna critica, in USA e in Italia, oscilla da subito tra la celebrazione del congegno di suspense e la perplessità per una trama giudicata contorta o implausibile, oscillazione che continuerà nelle riletture successive.
Goldman tra pagina e schermo

Il romanzo Marathon Man esce nel 1974 e combina tre elementi: il giovane studente e maratoneta Tom „Babe“ Levy, il fratello spia David "Scylla" — che lui chiama con il soprannome "Doc" — e il fantasma del nazismo sopravvissuto incarnato dal dentista criminale Christian Szell, nascosto in Sud America e legato a un tesoro di diamanti frutto delle razzie nei campi. Il romanzo insiste molto di più sulla soggettività di Babe, sulle sue ossessioni storiche — il padre accusato di simpatie comuniste e la "colpa" dell'America maccartista — facendo del complotto non solo un meccanismo ma una proiezione paranoica di un'America che non ha fatto i conti né con il maccartismo né con la Shoah.
Nel passaggio allo schermo, Schlesinger e Goldman semplificano alcune linee narrative, accentuano la suspense e attenuano i toni più cupi — tanto che lo stesso Goldman giudicherà il film "annacquato" rispetto alle sue intenzioni originarie. Il nodo emblematico è il finale: nel romanzo la morte di Szell è secca, priva di catarsi, all'interno di un universo che resta fondamentalmente corrotto; nel film Schlesinger concede a Babe una rivalsa più esplicita — il confronto finale sui gradini del serbatoio d'acqua e la caduta di Szell — trasformandolo da vittima passiva a soggetto che riesce, pur traumatizzato, a ribaltare i rapporti di forza.
"Is it safe?": il corpo torturato e la regia della paranoia

La sequenza più celebre del film è la tortura dentistica di Babe per mano di Szell, con il mantra „È sicuro?“ ("Is it safe?") ripetuto ossessivamente. L'enigma, decontestualizzato, funziona come condensazione pura della paranoia: non sappiamo cosa sia "al sicuro", chi lo sia, né se la parola si riferisca ai diamanti, al rifugio di Szell, allo stesso Babe o, simbolicamente, all'America degli anni Settanta, minacciata dal Watergate e dai fantasmi del passato.
Schlesinger lavora sul corpo di Hoffman in una logica quasi da cinema verité: primi piani sudati, luce fredda, vicinanza fisica insopportabile tra la bocca del protagonista e gli strumenti odontoiatrici, mentre Olivier, con un accento glaciale, accentua il divario di età e di potere. La scelta di colpire i denti sani — insistendo sull'inutilità "medica" del gesto — trasforma la tortura in un rito di potere e conoscenza: Szell vuole "sapere" se è al sicuro, ma nel frattempo ribadisce che la sua violenza non ha altra giustificazione se non il dominio sul vulnerabile.
Il film accentua il legame tra tortura e memoria storica: il nazista sopravvissuto, piccolo Eichmann dell'odontoiatria, continua a esercitare un potere biopolitico sul corpo ebreo dell'altro, in una New York che fa finta di non vedere. Il successivo percorso di Szell nel distretto dei gioiellieri ebrei — dove una semplice anziana dal volto accusatore basta a scardinare la sua sicurezza — rovescia la dinamica: il carnefice diventa preda di uno spazio urbano carico di memoria.
New Hollywood, paranoia e identità

Il maratoneta si inserisce pienamente nel ciclo dei thriller paranoici della New Hollywood, accanto a I tre giorni del Condor, Tutti gli uomini del presidente e La conversazione, con i quali condivide la sfiducia verso le agenzie governative, le cospirazioni transnazionali e la permeabilità del confine tra privato e politico. Babe è un outsider intellettuale e fisico — la corsa, l'allenamento solitario — travolto in un intrigo che lo supera, popolato da figure ambigue come Janeway, l'ufficiale corrotto interpretato da William Devane, e lo stesso Doc, il fratello spia che incarna il lato oscuro e pragmatico dell'Occidente in Guerra fredda.
La New York di Schlesinger — già sperimentata in Un uomo da marciapiede — è una città grigia, sporca, affollata, che sembra ostile a ogni movimento del protagonista: non semplice sfondo, ma dispositivo narrativo. La sequenza di road rage iniziale, con la folla di passanti impotenti, anticipa un motivo ricorrente in cui i "bystanders" commentano silenziosamente l'evento, rafforzando la sensazione di una sorveglianza diffusa che pervade l'intera regia.
Il film è anche un racconto sul corpo maschile in formazione: la corsa di Babe, inizialmente attività ascetica e privata, diventa strumento di sopravvivenza e vendetta quando fugge dai suoi rapitori. La pistola che finalmente trova in casa è l'oggetto che chiude il cerchio: l'intellettuale, erede di un padre perseguitato dal maccartismo, assume su di sé la violenza che prima rifiutava, inscrivendosi così nella logica del thriller americano dell'epoca.
Accoglienza critica: tra "visceral thriller" e logica zoppicante

All'uscita, Marathon Man fu un successo commerciale. Pauline Kael lo definì "a visceral thriller"; Roger Ebert lo descrisse come "well-crafted escapist entertainment" e "a diabolical thriller" che funziona con "relentless skill", avvertendo però che la logica dell'intreccio non andrebbe interrogata troppo da vicino: è un film che "funziona" come incubo coerente con se stesso, ma che a un'analisi rigorosa rischia di apparire forzato.
Vincent Canby, sul New York Times, parlò di un film che sostituisce alla logica ordinaria quella di un "breathtaking nightmare": l'enfasi non è sulla verosimiglianza realistica della cospirazione — come avviene in Tutti gli uomini del presidente — bensì sulla coerenza onirica e angosciante di una struttura che riflette la psiche traumatizzata di Babe.
Le letture successive, dagli anni Novanta in poi, ribadiscono questa ambivalenza: da un lato Marathon Man viene celebrato come uno dei thriller più "accomplished" degli anni Settanta, dall'altro lo si rimprovera per la complessità narrativa talvolta confusa e per alcune svolte ritenute poco credibili.
In Italia, dove uscì come Il maratoneta, il film venne accolto come un thriller di alto livello, con particolare attenzione alle interpretazioni e al clima di suspense. La critica riconobbe in Schlesinger un regista capace di coniugare il cinema d'autore europeo con le esigenze del grande thriller americano, e in Dustin Hoffman un protagonista magnetico, capace di dare corpo alla fragilità e alla progressiva determinazione del personaggio. Maurizio Del Vecchio ha sottolineato le interpretazioni di Hoffman, Olivier e Scheider, unite alla spettacolarità del film, caratterizzato dalle molte "scene madri".
Riletture contemporanee

Le analisi più recenti approfondiscono la rappresentazione del fascismo residuale e della questione ebraica, leggendo Szell come figura del capitalismo necropolitico: un uomo che ha accumulato ricchezza sulla morte di massa e tenta di riciclare i propri diamanti — e dunque il proprio potere — all'interno dell'economia statunitense, contando sulla complicità o sulla cecità delle istituzioni.
La corsa di Babe, da attività solitaria di resistenza fisica, diventa metafora di un tentativo di "correre via" dalla storia familiare e collettiva: il padre suicida per la persecuzione politica, il nazismo che riemerge spettrale nelle strade di New York, l'America stessa che non può più ignorare i "mostri" che ha accolto o tollerato. La trasformazione del protagonista — dal rifiuto della violenza all'esercizio di una violenza mirata e vendicativa — viene letta da alcuni critici come commento amaro: non esistono posizioni innocenti in un mondo governato da complotti, e la "maturazione" coincide con la perdita di un'etica pacifista.
Dal punto di vista strettamente filmico, le riletture elogiano in particolare le sequenze urbane e il lavoro sugli "spazi di passaggio": strade, ponti, corridoi, scale — tutti luoghi in cui il protagonista è esposto e vulnerabile, osservato da altri personaggi o da gruppi di passanti. Il film appare allora come un grande dispositivo di sguardi incrociati — degli agenti, di Szell, dei cittadini comuni, della macchina da presa — che rafforza la sensazione di sorveglianza diffusa tipica del cinema paranoico anni Settanta.
Un classico irrisolto?

Il maratoneta resta un film irrisolto, e proprio in questa irrisolutezza si colloca parte del suo fascino duraturo: un thriller che non si chiude perfettamente su se stesso, un adattamento che semplifica e al tempo stesso tradisce in modo fertile il romanzo di Goldman. Le critiche alla trama contorta non hanno impedito che alcune immagini — la poltrona del dentista, la corsa di Hoffman sul ponte, la vecchia che riconosce Szell — diventassero iconiche, alimentando la memoria culturale del film ben oltre il contesto dell'uscita in sala.
Nella traiettoria della New Hollywood, il film di Schlesinger occupa una posizione singolare: reca il marchio autoriale di un regista britannico trapiantato negli USA, porta con sé la scrittura di uno degli sceneggiatori più influenti del periodo e si confronta con un tema — la persistenza del nazismo — che le generazioni successive riprenderanno in chiave diversa.
Riletto oggi, Il maratoneta continua a interrogarci sull'insicurezza strutturale delle democrazie occidentali, sui traumi non elaborati che ritornano sotto forma di incubo, e sulla domanda apparentemente semplice ma priva di risposta rassicurante che dà titolo alla sua scena più celebre: "Is it safe?"



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