ROBERT REDFORD E L´ADRENALINA PURA DELLA DISCESA LIBERA
- maximminelli
- 3 giorni fa
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I sogni olimpici del giovane David Chappellet
Occhi azzurri e curiosi, pieni di incredulità di fronte alle vette alpine vellutate di rosa dalle luci del tramonto. Occhi ingenui, innocenti, ma che rivelano già lo spirito avventuroso, le ambizioni, le speranze di David Chappellet in una delle prime scene di Gli spericolati (Downhill Racer), pellicola del 1969 diretta da Michael Ritchie sul mondo dei discesisti liberi. È Robert Redford, al primo vero grande ruolo cinematografico, che impersona David, il giovane esordiente nel team statunitense, chiamato in gran fretta dal natío Colorado per sostituire un atleta più esperto, caduto rovinosamente nel corso di una gara e finito in ospedale con una gamba a pezzi.

Su David ha un’immensa fiducia in se stesso e ama l´adrenalina delle folli discese sulla neve, il trainer Eugène Clair, un ottimo Gene Hackman, che incarna una figura quasi paterna: conosce pregi e difetti di David, sa che deve frenarne gli eccessi e l’individualismo, che rischia di condizionare i risultati del giovane sciatore, ma anche la coesione nella squadra. Scopriamo subito le spigolosità di David, che si rifiuta di gareggiare con un numero alto di pettorale nella difficile discesa del Lauberhorn a Wengen, in Svizzera.

Questo in sintesi il quadro iniziale di Gli spericolati, ambientato nel circo bianco di fine anni Sessanta, quando ancora gli sciatori non erano coperti di scritte pubblicitarie e, soprattutto, erano quasi al livello di dilettanti. Lo ricorda David al padre, quando va a trovarlo durante la pausa estiva nella loro piccola fattoria in Colorado. Alle perplessità del genitore, il giovane risponde solo che la ricchezza forse non arriverà subito, ma l’importante è avere successo. Indubbiamente sembrano passati secoli da allora.
Quando il circo bianco era meno glamouroso
Lo stesso ambiente frequentato da David e dai suoi compagni è meno glamour di quanto sia oggi il mondo dello sci: alberghi decenti, ma modesti; pubblico fatto di esperti, mentre il jet set sembra ancora stare alla lontana da simili eventi; momenti di pausa passati negli accoglienti caffè delle località alpine, tra una tazza di caffè ed una fetta di torta, oppure a giocare a ping-pong; come detto, niente sponsor sulle tute degli sciatori che mostrano solo quelli tecnici (caschi, occhiali, sci, orologi). Questo permette anche allo spettatore di concentrarsi sul gesto tecnico, sulla discesa, sui suoi pericoli, sulle gare.

La storia si snoda su tre stagioni agonistiche, che attraversano i campionati mondiali e si concludono con le Olimpiadi Invernali. In un crescendo di emozioni, ma senza esagerazioni drammaturgiche (in fondo la trama scorre molto lineare, a volte quasi monotonamente), seguiamo la crescita agonistica di David, che è anche una sua crescita personale. Sì, come in un romanzo di formazione il protagonista acquisisce di gara in gara consapevolezza di se stesso, dei propri mezzi e della propria classe. Come accennato, sin dall’inizio si avverte in lui arroganza nel rifiutare o accettare malvolentieri numeri alti di pettorale nelle prime uscite sulle nevi europee.
Più appaiono evidenti le sue doti, più aumenta la sua sicurezza, ma anche il suo distacco parziale dai compagni di squadra. Emergono rivalità, specie con Johnny Creech (Jim McMullan), che, però, grazie alle capacità diplomatiche (e paterne) di Clair si estinguono. Alla vigilia delle Olimpiadi il gruppo è sicuramente coeso.
Gene Hackman, allenatore padre-padrone... ma non troppo

Liberamente tratto dal romanzo “Downhill Racers” di Oakley Hall (1963), completamente ambientato tuttavia negli USA, Gli spericolati, ancor più di A piedi nudi nel parco (1967) e subito dopo Butch Cassidy (uscito appena un mese prima), è il primo vero grande successo di Robert Redford, scomparso nel settembre scorso all’età di 89 anni. Un triste destino accomuna Redford e quello che in questa pellicola impersona il suo trainer, Gene Hackman, visto che anche lui purtroppo ci ha lasciato un anno fa.
Proprio Clair è un perfetto contraltare dell’esuberanza giovanile e caratteriale di David. Si preoccupa con determinazione e un filo di bonarietà paterna del successo del suo gruppo di sciatori. Si batte per ottenere sostegno da una federazione statunitense avara di finanziamenti e, proprio come un serio padre di famiglia, si preoccupa anche dei momenti di sconforto e debolezza dei suoi ragazzi. Anche nelle estreme difficoltà, come il grave infortunio che colpisce uno di loro in apertura di pellicola, costringendolo a convocare in tutta fretta dall’America proprio David.

Torniamo però al protagonista Chappellet. È un giovane WASP, ma di famiglia modesta, che, contro il volere del padre, invece di cercare un lavoro “serio”, si dedica anima e corpo alle discese sulla neve. Questo gli permette anche di viaggiare molto in compagnia dei suoi compagni di team. Soprattutto in Europa. Lo vediamo alle prese con tracciati storici della discesa libera, Wengen, per esempio, che hanno scritto la storia della disciplina più spettacolare (e pericolosa) dello sci alpino. O a St. Anton, Kitzbühel, Megève.
Il lato sentimentale di David
Gioca anche a fare il seduttore: prima con una vecchia fiamma di Idaho Springs, la sua piccola città in Colorado. Poi con la bellissima ed elegante Carole (Camilla Sparv), segretaria di Machet, produttore di sci. Alla fine si rende conto di essere stato usato proprio per legarlo a Machet come fornitore dei suoi sci: anche l’imprenditore ha individuato in David una futura stella del circo bianco.

Questo infortunio sentimentale, però, non turba più di tanto David, che ha come principale obiettivo l’oro olimpico. E arriviamo ai Giochi Invernali. La cerimonia inaugurale che vediamo sullo schermo è quella di Grenoble 1968, di cui il regista propone immagini di repertorio. La discesa libera a cui assistiamo, però, è più di ambientazione austriaca, ma non ci si fa caso, tanto emozionanti sono le immagini della competizione.
Straordinarie e coinvolgenti riprese delle discese
E veniamo proprio alla forza di questo film, che, se può apparire datato per certi aspetti (francamente molto pochi), è tecnicamente straordinario. Tenendo conto anche dei mezzi a disposizione all’epoca. Le immagini dei discesisti in gara sono veramente mozzafiato. Anche lo spettatore si lascia trascinare, grazie anche a molte riprese in soggettiva, che, a leggere le testimonianze del tempo, furono realizzate con una camera sul casco dello sciatore.

Niente musica roboante e invadente, niente ricerca di spettacolarità sensazionale. Immagini asciutte, solo rumori di fondo: gli sci che scorrono sulla neve; le urla crescenti degli spettatori mentre l’atleta si avvicina al traguardo; lo stesso fiatone del discesista, di cui in una sequenza sentiamo anche il battito del cuore. Ho visto il film più volte in tv e sul computer, e ho invidiato gli spettatori che più di 50 anni fa hanno potuto assistere a Gli spericolati sul grande schermo. Posso solo immaginare che le emozioni siano state molto forti. E senza effetti speciali straordinari. O computerizzati.
Oltre la recitazione altrettanto asciutta di Redford, Hackman e degli altri attori, una messa in scena essenziale ha un ruolo decisivo nella riuscita del film, che tiene lo spettatore in suspense fino all’ultimo. Risultati deludenti, cadute anche rovinose, curve prese male, l’attenzione maniacale per la preparazione degli sci, la concentrazione che precede il via. Tutto scandisce questa storia, che, sì, ha un lieto fine (spoiler: Chappellet vince l’oro olimpico), ma non ha niente di scontato dall’inizio alla fine.
Il miglior film sportivo di sempre?

In fondo il nucleo del film sono proprio le discese libere, le riprese che tolgono il fiato allo spettatore, oltre che, probabilmente, agli atleti stessi. Tutto si gioca appunto sulla voglia di vittoria e sul perfezionismo del protagonista, che, nonostante tutto, mette da parte ogni distrazione, ogni imperfezione che potrebbe intralciarne il percorso. E che sappiamo contrapporsi a due “padri”: quello vero e quello putativo, Eugène Clair appunto.
A buon ragione Roger Ebert, autorevole critico cinematografico americano, ebbe parole di entusiastico elogio per la pellicola di Ritchie, non concentrandosi solo sulle sequenze sulla neve:
“Alcuni dei momenti migliori di Gli spericolati sono quelli in cui sembra non accadere nulla di speciale. Sono momenti dedicati a catturare l’angolo di uno sguardo, la curva di un sorriso, un silenzio imbarazzante. Insieme formano il ritratto di un uomo così completo e così tragico che Gli spericolati diventa il miglior film mai realizzato sullo sport, senza essere realmente incentrato sullo sport.”
A mezzo secolo di distanza è difficile dire se questo titolo possa essere veramente assegnato al film, visto che tanti altri film sportivi sono apparsi a contendere la palma alla pellicola di Ritchie. Tuttavia, a dispetto dei progressi tecnici e produttivi, Gli spericolati si può ancora oggi considerare un film emozionante e veramente approfondito nel raccontare ai profani i retroscena del mondo dello sci alpino e dello sport in generale.









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