IL "MIRACLE ON ICE": SPORT, POLITICA E MEMORIA COLLETTIVA
- maximminelli
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"Pensate di vincere solo col talento? Signori, non avete abbastanza talento... per poter vincere solo con quello." — Herb Brooks (interpretato da Kurt Russell in Miracle, 2004)
Il 22 febbraio 2026, esattamente 46 anni dopo uno degli eventi più memorabili della storia dello sport olimpico, la nazionale statunitense di hockey su ghiaccio ha compiuto un nuovo "miracle": questa volta non sul ghiaccio di casa, ma a Milano, nella giornata conclusiva dei Giochi Olimpici Invernali 2026. Dopo quasi mezzo secolo, gli USA hanno riportato a casa l'oro olimpico nel hockey, questa volta battendo in finale i grandi rivali del Canada — partiti nel ruolo di favoriti — in un incontro mozzafiato conclusosi ai supplementari sul 2 a 1.
La coincidenza storica è quasi poetica: il 22 febbraio 1980, a Lake Placid, si era materializzata quella che il pubblico americano avrebbe per sempre chiamato "Miracle on Ice" — la straordinaria vittoria della giovane selezione USA guidata dal coach Herb Brooks contro la leggendaria Armata Rossa, cioè la nazionale di hockey dell'Unione Sovietica, allora considerata la squadra più forte del mondo, capace persino di eclissare i professionisti della NHL. Quella semifinale olimpica è diventata un mito che trascende lo sport. E il film Miracle (2004), diretto da Gavin O'Connor e prodotto dalla Disney, ne è la più riuscita e ambiziosa rielaborazione cinematografica.
Un'America in crisi: il contesto storico-politico

Una delle intuizioni più efficaci di Miracle è il modo in cui i titoli di testa vengono costruiti: un ampio montaggio di materiale d'archivio che non si limita a collocare cronologicamente la storia, ma plasma un preciso stato d'animo collettivo. L'America di fine anni Settanta che scorre sullo schermo è un Paese attraversato dalla sfiducia nelle istituzioni, dalle difficoltà economiche, da un pervadente senso di declino.
Scorrono le immagini degli ostaggi americani nell'ambasciata in Iran, le lunghe file ai distributori di benzina per la crisi energetica, il fantasma della guerra in Afghanistan. La voce del presidente Jimmy Carter risuona con il suo celebre discorso del 1979 su una "crisi di fiducia" che tocca il cuore e lo spirito della nazione. Questo prologo non è decorativo: è la premessa che trasforma una partita di hockey in qualcosa di molto più grande.
Su questo sfondo, la squadra sovietica di hockey non è soltanto il "mostro" sportivo da battere: è l'incarnazione sul ghiaccio di un sistema politico percepito come minaccioso, disciplinato, inesorabile — quello che qualche anno dopo Ronald Reagan avrebbe definito "impero del Male". Il film evita di insistere esplicitamente sulla contrapposizione ideologica — scelta apprezzata dalla critica — ma la carica simbolica emerge continuamente: dal montaggio alternato tra cronaca e gioco, dai rimandi al possibile boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca 1980, dal clima di tensione seguito all'invasione sovietica dell'Afghanistan.
Miracle abbraccia così una lettura ormai consolidata nella storiografia sportiva: la partita del 22 febbraio 1980 come "microcosmo" della competizione USA-URSS per l'egemonia mondiale, un confronto in cui la sete di rivalsa simbolica contro il comunismo trova uno sfogo spettacolare in una gara olimpica, trasformata dai media in evento epocale.
Il "miracolo" possibile: dilettanti contro professionisti di Stato

Il vero nucleo del "miracle" risiede in un paradosso strutturale: l'invincibile Armata Rossa era composta da professionisti di Stato, perfettamente rodati in un meccanismo collettivo apparentemente indistruttibile, veterani di innumerevoli confronti internazionali. La squadra a stelle e strisce, al contrario, schierava giovani hockeysti universitari, privi dell'esperienza olimpica o professionistica dei rivali, ma dotati di una determinazione incandescente e di una voglia di dimostrare il proprio valore.
Il film racconta con efficacia come Herb Brooks abbia costruito questo collettivo di venti ragazzi attraverso un approccio radicalmente controintuitivo: selezionando i giocatori non in base al talento individuale, ma alla loro compatibilità di squadra; imponendo allenamenti estenuanti, al limite della crudeltà, per forgiare resistenza fisica e mentale; eliminando gerarchie di star per costruire un meccanismo dove ogni elemento si sentisse responsabile dell'intera macchina. Il suo celebre principio — "la squadra è più importante del giocatore" — non era solo un precetto tecnico, ma quasi una filosofia esistenziale.
Approccio narrativo: tra cronaca realistica e costruzione del mito

O'Connor adotta un tono realistico ma costantemente inclinato verso il mito, strutturando il film secondo la grammatica classica del cinema sportivo: selezione della squadra, training durissimo, crisi intermedie, sconfitta apparentemente definitiva (amichevole contro l´URSS a pochi giorni dall´inaugurazione dei Giochi), climax finale con il match contro i sovietici. La regia insiste sulle dinamiche interne al gruppo, sul metodo spietato di Herb Brooks, sul conflitto tra individualismo e collettivo — dimensione che può leggersi, anche qui, come metafora di un'America chiamata a ritrovare coesione.
La costruzione del personaggio di Brooks è il centro di gravità dell'intera narrazione: non un eroe senza macchia, ma un tecnico ossessivo e visionario, determinato a sacrificare la propria simpatia personale sull'altare di un'idea di squadra e di disciplina assoluta. La performance di Kurt Russell — solida, contenuta, priva di sentimentalismi — è stata unanimemente apprezzata dalla critica americana: la sua autorità nasce dal controllo e dalla frustrazione, non dalla retorica patriottica.
Proprio per questo il celebre discorso negli spogliatoi prima della partita con l'URSS risulta così efficace: non è la caricatura della "pep talk" alla "do it for the Gipper", ma un appello lucido e sobrio alla responsabilità storica dei giocatori, chiamati a cogliere un'occasione che non si ripresenterà. "Questo è il vostro momento" — e, in quel contesto, ogni spettatore capisce che il momento appartiene a un'intera nazione.

Dal punto di vista formale, Miracle si distingue per la cura con cui le partite vengono filmate. La macchina da presa rimane spesso sul ghiaccio, mescolando punti di vista soggettivi e riprese televisive ricostruite, con un montaggio serrato che restituisce velocità e fisicità del gioco. Uno degli aspetti più apprezzati dalla critica, anche internazionale, è la capacità di rendere l'hockey su ghiaccio comprensibile ed emozionante anche per chi non ne conosce le regole, grazie a un lavoro meticoloso sul ritmo, sul suono — il fruscio dei pattini, gli impatti contro le balaustre — e sull'uso calibrato della colonna sonora.
La partita decisiva occupa circa mezz'ora del film e riproduce in modo avvincente la tensione di un match conclusosi 4 a 3, con i sovietici in vantaggio per tre volte, sempre rimontati e poi superati nell'ultimo terzo di gioco. Ma la scena forse più intensa non è il gol della vittoria: sono i quasi dieci minuti finali di attesa convulsa, con le facce dei giocatori, i primissimi piani di Brooks-Russell, la folla in delirio e le immagini televisive che rimandano a milioni di americani incollati allo schermo. Un finale che mette alla prova i nervi dello spettatore, pur nella consapevolezza di come sia andata a finire. Il film, poi, non si chiude sul gol della vittoria: ricorda che la finale olimpica ufficiale si disputò due giorni dopo, contro la Svezia — e che fu quell'oro, vinto il 24 febbraio 1980, l'ultimo prima di quello di Milano 2026.
Il "Miracle on Ice" come evento mediatico e televisivo

Per comprendere il valore simbolico e culturale del film, è indispensabile ricordare che il "Miracle on Ice" è, per larghissima parte del pubblico americano, anzitutto un evento televisivo. La telecronaca di Al Michaels — con il celebre urlo "Do you believe in miracles? Yes!" — è diventata parte della memoria collettiva statunitense, più citata e commemorata di molte pagine di storia "alta".
O'Connor include nel film la ricostruzione di questa dimensione mediatica con grande consapevolezza: le inquadrature sui televisori nelle case, le famiglie riunite davanti allo schermo, i bar affollati, i replay che amplificano il pathos. Nel 1980, la partita ebbe un impatto che andava ben oltre i confini dell'hockey: fu raccontata come la vittoria di venti ragazzi "dilettanti" contro una macchina professionale sovietica, diventando un paradigma narrativo replicato infinite volte — l'underdog che sconfigge il gigante, il cittadino comune che si fa eroe.
Miracle codifica e rilancia questo schema senza grandi deviazioni critiche, ma con piena consapevolezza del suo radicamento nella cultura popolare americana. Come è stato osservato da diversi analisti, il film è "una utile ricreazione di una guerra per procura sportiva nella Guerra Fredda", capace di illustrare vividamente la vita americana nei primi mesi del 1980. In altre parole, Miracle non si limita a "mostrare" la partita: mette in scena il modo in cui quella partita fu percepita, narrata e assimilata dai media, fino a diventare un mito nazionale ripetutamente riattualizzato — nelle commemorazioni al Campidoglio, nelle visite della squadra alla Casa Bianca, nei prodotti culturali successivi.
La politica sullo sfondo: suggerire senza esplicitare

Uno dei meriti più riconosciuti al film dalla critica è la capacità di suggerire la dimensione politica senza ridurla a propaganda esplicita. La contrapposizione non è mai demonizzante nella sua formulazione: Miracle rende la partita molto più di un gioco, senza però farne tutta politica né ridurre i sovietici a cattivi ideologici.
La scelta di non mostrare quasi mai il punto di vista sovietico — i giocatori dell'URSS restano sagome efficienti e silenziose — può essere letta in due modi. Da un lato, conferma la focalizzazione sul vissuto americano. Dall'altro, riproduce la percezione mediatica dell'epoca: la squadra sovietica era rappresentata come blocco monolitico, più sistema che insieme di individui. Il film, pur evitando la retorica anticomunista più grossolana, partecipa di un immaginario in cui l'Altro è definito dalla sua potenza collettiva e disumanizzata.
Il discorso politico si condensa anche nel tema della meritocrazia e dell'accesso al sogno americano: Brooks seleziona i giocatori in base alla funzionalità di squadra, non alle star; predica il sacrificio personale per il bene collettivo; propugna l'idea che la fatica quotidiana e l'unità portino a un riscatto insieme sportivo e nazionale. L'implicito ideologico è chiaro: in un momento di sfiducia, l'America può ritrovare sé stessa solo attraverso l'etica del lavoro, la coesione, la capacità di resistere alla pressione. Un discorso che risuona con molte narrazioni del periodo reaganiano, anche se la partita si colloca negli ultimi mesi dell'era Carter.
Ricezione critica

All'uscita nel febbraio 2004, Miracle fu accolto con consenso generalmente positivo dalla critica statunitense, pur nel riconoscimento della sua natura di film sportivo tradizionale. I recensori americani insistettero sul contesto: la Guerra Fredda, gli ostaggi in Iran, l'embargo, l'inflazione galoppante — fattori che rendevano la vittoria sul ghiaccio qualcosa di molto più di una semplice medaglia olimpica. La performance di Kurt Russell fu definita "solida e intensa", capace di far rivivere "un momento in cui gli americani avevano bisogno di qualcosa in cui credere".
Alcuni commentatori accostarono Miracle a Seabiscuit (2003), notando come entrambi i film raccontino storie di underdog che, in momenti di crisi nazionale, restituiscono agli americani un senso di possibilità e di "comeback". Il cinema, in questi casi, non crea la mitologia dal nulla: la organizza, la rende fruibile, riafferma l'idea che lo sport possa farsi proiezione delle speranze collettive. Altri ancora lessero Miracle come un quasi-prologo narrativo ad Argo (2012), che affronta la crisi degli ostaggi in Iran nello stesso arco temporale, come un'altra operazione di recupero della fiducia patriottica americana.
In Italia il film non ha avuto l'impatto mediatico statunitense, complice la minore centralità dell'hockey su ghiaccio nell'immaginario sportivo nazionale. La critica italiana si è mostrata più distaccata, pur riconoscendo a Miracle una buona tenuta cinematografica e un interessante equilibrio tra retorica patriottica e misura narrativa. Si è apprezzata la fedeltà sostanziale agli avvenimenti storici, documentati anche attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti. L'uscita del film ai tempi aveva trovato spazio limitato; è probabile che l'impresa olimpica di Milano 2026 restituisca a Miracle una nuova attenzione anche nel nostro Paese.
Heroic underdog e nazionalismo: le ambivalenze del film

Se ci si concentra sul valore politico e mediatico dell'evento rappresentato, Miracle appare come un testo doppiamente ambivalente. Da un lato, abbraccia quasi integralmente la narrazione patriottica dell'underdog — la gioventù americana che ritrova fiducia sconfiggendo il "nemico" sovietico. Dall'altro, evita il trionfalismo più marcato, mantenendo il racconto ancorato alle dinamiche di squadra, alle paure dei giocatori, alle difficoltà personali di Brooks, senza indugiare su festeggiamenti nazionalistici plateali.
La scelta di chiudere la partita non con un'esplosione di retorica politica, ma con la concentrazione sui volti dei giocatori — il portiere Jim Craig che cerca il padre sugli spalti, gli abbracci in panchina — restituisce al racconto una dimensione umana, quasi intimista. Il film sembra dire: la partita "vale" per l'America, certo, ma prima ancora vale per questi venti ragazzi che hanno sacrificato tutto per arrivare fin lì.
Tuttavia, rispetto a letture più critiche della strumentalizzazione politica dello sport, Miracle si colloca su un versante chiaramente celebrativo: non problematizza il modo in cui i media hanno trasformato la partita in un simbolo di supremazia occidentale, non mette in discussione l'idea che un successo sportivo possa "compensare" fallimenti politici o sociali. In questo senso, il film è pienamente parte della cultura memoriale americana che tende a cercare negli eventi sportivi momenti di riscatto collettivo, compattando la memoria attorno a immagini di vittoria e di coesione.
Rimane un merito non trascurabile: quello di ricordare, a un pubblico ormai distante dagli anni Ottanta, che quella partita avvenne in un contesto di tensioni geopolitiche reali — il boicottaggio dei Giochi di Mosca, la crisi degli ostaggi, le crisi internazionali che rendevano ogni confronto USA-URSS gravido di significati. Mettendo in campo il discorso di Carter, le immagini dell'Afghanistan, la crisi energetica, il film lega in modo indissolubile l'evento sportivo alla storia politica, anche quando sembra voler attenuarne gli aspetti più conflittuali.
Film-simbolo della memoria olimpica americana

Miracle è oggi uno dei punti di riferimento imprescindibili del cinema sportivo statunitense a tema olimpico. Il film riesce a tenere insieme tre livelli di lettura: la ricostruzione quasi documentaria di una partita entrata nella storia, la narrazione classica dell'underdog e la riflessione implicita sul ruolo dello sport come spazio di proiezione delle ansie e delle speranze di un'intera nazione. La critica americana ne ha valorizzato soprattutto il potere emozionale e la capacità di far rivivere un "momento di unità nazionale" in un'epoca di divisioni.
Nel raccontare il "Miracle on Ice", O'Connor non si limita a celebrare una vittoria sportiva: mette in scena il modo in cui la televisione, i discorsi presidenziali, le narrazioni giornalistiche e, infine, il cinema stesso trasformano una partita di hockey in un mito fondativo della fine della Guerra Fredda, continuamente riattivato nelle commemorazioni e nei prodotti culturali successivi. Il valore politico e mediatico dell'evento non è solo tema del film: è la condizione della sua stessa esistenza. Miracle è, in ultima analisi, il film di un evento che era già cinema prima ancora che qualcuno lo girasse.
Ora, con il secondo "miracolo" di Milano 2026, quella storia si arricchisce di un capitolo inaspettato. Forse è il momento di tornare a vedere Miracle con occhi nuovi: non solo come documento storico, ma come chiave per comprendere cosa significhi, per gli Stati Uniti d'America, credere ancora nei miracoli sul ghiaccio.



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