IL SOGNO DEL RISCATTO SOCIALE CON IL. CURLING
- maximminelli
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min

«Il film racconta un sogno, la speranza di riscatto,
una piccola occasione di rivincita
per chi si ammazza di lavoro tutto il giorno, tutti i giorni».
(Claudio Amendola, regista di La mossa del pinguino)
Uno sport che compare ogni quattro anni
È una delle specialità sportive di cui ci si occupa generalmente solo ogni quattro anni, in occasione dei Giochi Olimpici Invernali, quando appare quasi come riempitivo tra una discesa libera e un´esibizione di pattinaggio artistico.

Sto parlando del curling, al centro della simpatica commedia italiana La mossa del pinguino (2014), esordio alla regia di Claudio Amendola. Il curling è uno sport di precisione su ghiaccio, in cui due squadre fanno scivolare pesanti pietre di granito scozzese verso un bersaglio circolare, controllandone la traiettoria con la caratteristica azione di spazzolata. Qualcosa a metà strada tra bocce e biliardo, ma giocata su una superficie gelata, dove la differenza la fanno tattica, pazienza e coordinazione.
A prima vista sembra quasi una stramberia televisiva: pietre che scorrono lente, atleti che spazzano con energia, regole non immediatissime. Eppure proprio questa percezione di “sport strano” diventa nel film una chiave narrativa: ciò che è marginale e poco compreso può trasformarsi in occasione, soprattutto per chi si sente già ai margini.
Dalla Scozia al mondo: come il curling diventa disciplina olimpica
Nato nel XVI secolo sui laghi ghiacciati della Scozia, il curling attraversa un lungo processo di trasformazione prima di diventare uno sport moderno. Solo nel 1838 si costituì il Royal Caledonian Curling Club, che ridefinì forma e dimensione delle pietre e codificò regole più stabili: un passaggio cruciale, perché segnò il salto dal passatempo locale alla competizione regolamentata.
Gli emigranti scozzesi portarono poi il curling in Canada nell’Ottocento, dove la disciplina trovò un terreno ideale e si sviluppò enormemente, al punto che ancora oggi i canadesi sono considerati tra i dominatori di questo sport. Il percorso olimpico, invece, è stato più accidentato: il curling comparve già a Chamonix 1924, venne poi abbandonato e riapparve come sport dimostrativo in varie edizioni tra il 1932 e il 1992, fino al riconoscimento definitivo come disciplina ufficiale nel programma olimpico a Nagano 1998.
In Italia, per decenni, il curling è rimasto uno sport per pochi, praticato soprattutto nelle zone alpine (Trentino-Alto Adige, Piemonte, Lombardia, Veneto). La svolta mediatica arrivò con le Olimpiadi Invernali di Torino 2006, quando la disciplina diventò improvvisamente visibile e “guardabile” anche per chi non aveva mai messo piede in una pista. Ed è esattamente quel momento storico che Amendola utilizza come sfondo: l’evento olimpico come finestra eccezionale, come possibilità che si apre e poi si richiude.
Torino 2006 e la commedia italiana: lo sport come pretesto, la vita come tema
Nel panorama della commedia italiana degli anni Duemila, La mossa del pinguino è un film particolare: prende uno sport poco frequentato dall’immaginario nazionale e lo trasforma in un dispositivo narrativo. L’idea di fondo è semplice ma efficace: quattro uomini non scelgono il curling per passione autentica, bensì per necessità, per fame di riscatto, per bisogno di sentirsi ancora dentro qualcosa.

C’è dentro un po’ di Full Monty “alla romana”, con suggestioni che richiamano anche Rocky (impossibile non pensare alla scena in cui i protagonisti si chiudono in una cella frigorifera di macelleria, tra quarti di bue, per abituarsi al freddo). E tuttavia il film non sfonda mai nel farsesco puro, né si rifugia nel sentimentalismo facile. Il tono rimane leggero, ma sotto la superficie si intravede un discorso più ampio su lavoro, famiglia, precarietà e identità.
All’epoca dell’uscita, nel 2014, il curling era ancora percepito in Italia come disciplina marginale e spesso ironizzata. E proprio questa marginalità diventa la “scorciatoia” del racconto: se uno sport non è affollato, se non è presidiato dai campioni, allora può sembrare più accessibile a chi campione non sarà mai. Per i protagonisti, il curling è uno spazio vuoto: un campo libero, dove provare a esistere senza essere subito respinti.
Quattro vite storte: Bruno, Salvatore, Ottavio e Neno

Il protagonista Bruno (interpretato da Edoardo Leo, anche coautore della sceneggiatura) è un marito e padre affettuoso ma inaffidabile, inconcludente, superficiale, distratto, illuso e sognatore: uno che promette, immagina, riparte, e poi ricade. Lavora come addetto alle pulizie notturne in un museo romano insieme a Salvatore (Ricky Memphis), collega intrappolato in un rapporto durissimo con il padre gravemente malato. La tensione domestica, l’usura emotiva e la sensazione di non avere via d’uscita conducono a un esito tragico: il suicidio dell’anziano genitore.
Una sera, guardando una partita di curling in televisione, Bruno ha l’intuizione che accende tutto: formare una squadra e tentare la qualificazione alle Olimpiadi di Torino 2006, sfruttando un dettaglio cruciale (e narrativamente perfetto): l’Italia, in quanto paese ospitante, ha diritto a una squadra qualificata automaticamente. Il curling diventa così l’occasione per tentare un’impresa apparentemente folle. L’ennesima follia di Bruno, sì, ma questa volta con un gancio concreto alla realtà.
Dopo aver convinto Salvatore, Bruno recluta anche Ottavio (Ennio Fantastichini), ex vigile urbano separato dalla moglie e abilissimo giocatore di bocce, e Neno (Antonello Fassari), giocatore di biliardo che si mantiene facendo lo strozzino nella periferia romana. Quattro uomini segnati da precarietà, fallimenti e una certa immaturità emotiva: non eroi, non vincenti, non “modelli”, ma persone che cercano una fessura.
Allenarsi con pentole e scope: il comico che non cancella la fragilità

Il film segue il loro percorso fatto di allenamenti improvvisati con pentole a pressione e scope, di dolorosi capitomboli sul ghiaccio, di conflitti familiari e momenti di autentica fragilità emotiva. La risata nasce spesso dalla fisicità: scivolate, impacci, corpi fuori posto. Ma non è mai una risata contro: è una risata che accompagna, che rende sopportabile la tristezza di fondo senza negarla.
La dimensione familiare è centrale. La moglie di Bruno, Eva (Francesca Inaudi), è la voce della ragione che tenta di proteggere la famiglia dall’ennesimo sogno irrealizzabile. Il figlio Yuri, invece, è costretto a comportarsi più da adulto del padre: un’inversione di ruoli che mette in luce l’immaturità cronica di Bruno, ma anche la sua bontà e il bisogno, quasi infantile, di essere creduto almeno una volta.
Quando i quattro riescono finalmente a iscriversi alle eliminatorie nazionali per Torino 2006, programmate a Pinerolo, la loro esibizione è buffa, al limite del grottesco. Eppure il pubblico applaude: non per la tecnica, ma per il coraggio. La squadra di Bruno mette a segno un unico punto in tutto l’incontro: un dettaglio minimo, e però enorme sul piano simbolico. Non è un trionfo sportivo, è un gesto di esistenza. Il massimo obiettivo possibile per una banda raffazzonata, ingenua e generosa, quasi da Armata Brancaleone.
La metafora che regge tutto: la “mossa del pinguino”

Il significato del titolo viene spiegato da Yuri: il pinguino, quando perde l’equilibrio, si lascia cadere in avanti trasformando la caduta in slancio. È una metafora semplice e potentissima. I protagonisti non possono più tornare indietro; non hanno più la “comodità” di una vita lineare. Devono scegliere se cadere definitivamente o trasformare l’errore in movimento, la sconfitta in una spinta.
Anche il curling, con il gesto tecnico dello sweeping, viene immediatamente associato al lavoro di pulizia notturna di Bruno e Salvatore. Ed è qui che il film piazza una delle sue trovate più efficaci: la scopa, strumento di umiliazione e invisibilità sociale, diventa strumento di strategia e precisione. Il gesto che nella vita quotidiana segnala subordinazione, sul ghiaccio diventa possibilità. Il pubblico ride, certo, ma capisce anche il senso: la dignità può cambiare forma.
La lettura sociale è chiara senza essere predicatoria: quattro uomini scelgono il curling proprio perché nessuno lo prende sul serio, trovando in quella marginalità uno spazio di libertà. È una metafora generazionale: una precarietà che non è solo economica, ma identitaria, affettiva, persino linguistica (il non sapere come chiamare ciò che si è, ciò che si vorrebbe diventare). Come il pinguino del titolo, si prova a buttarsi avanti anche senza sentire il terreno sotto i piedi.
Un film sullo sport, ma senza trionfalismi

Pur non avendo ottenuto un successo di pubblico clamoroso, La mossa del pinguino ha raccolto giudizi complessivamente positivi: proprio perché non si affida al facile sentimentalismo e non promette vittorie impossibili. La facciata comica non sovrasta mai i sentimenti, che rimangono l’interesse prioritario del regista: amicizia, responsabilità, aspirazioni, fanciullezza e riscatto. Le situazioni caricaturali e le cadute servono a rendere più leggera una narrazione che parla, in sostanza, di fallimenti e fragilità.
Il valore del film non sta nella dimensione sportiva in sé, ma nella sua capacità di usare lo sport come veicolo per raccontare un bisogno universale: sentirsi parte di qualcosa, trovare un posto, ottenere una seconda occasione. Non è un film sul successo, ma sulla necessità di provarci. E soprattutto sul fatto che, a volte, la vera conquista non è vincere: è non restare fermi.
A distanza di anni, il film rimane un esempio interessante di come il cinema italiano possa utilizzare lo sport per raccontare marginalità sociale e identità. Ha contribuito a far conoscere il curling a un pubblico più ampio, mostrando che anche una disciplina percepita come bizzarra nasconde complessità strategiche e valori importanti. L’eredità più forte, però, resta la metafora centrale: trasformare la caduta in movimento, senza illusioni e senza retorica. Un messaggio di speranza sobrio, realistico, che non promette medaglie ma invita al coraggio di tentare.









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